giovedì 23 novembre 2017

IL DECLINO DELL’ITALIANO NEL PAESE DEI CONDONI

(Pubblicato sulla rivista Il governo delle idee, settembre-ottobre 2017)
Nel febbraio scorso la lettera aperta di oltre seicento docenti universitari che denunciava le carenze in italiano dei loro studenti suscitò consensi, ma anche reazioni negative solo in minima parte attente a quello che effettivamente diceva il testo. Fra i critici, soprattutto i linguisti sembrarono vivere l’iniziativa come un’invasione di campo – benché fossero numerosi i loro colleghi tra i firmatari, di cui otto accademici della Crusca – e alcuni chiesero su quali dati scientifici si basasse quell’allarme; quasi che le numerose notizie di stampa succedutesi negli anni precedenti sul semi-analfabetismo di molte matricole non fossero un motivo sufficiente per porre il problema; e come se il numero stesso dei sottoscrittori non fosse di per sé una prova di quanto grave sia la situazione. Altri, inforcando gli occhiali dell’ideologia, parlarono di nostalgia della scuola classista del passato, un’accusa basata soltanto sulla richiesta di regolari verifiche degli apprendimenti linguistici, comprendenti tra l’altro dettato, analisi grammaticale e chiarezza della scrittura corsiva (anche ultimamente rivalutata in quanto utile allo sviluppo cognitivo). Altri ancora, scambiando l’appello per un manifesto didattico, denunciarono l’assenza di questa o quella metodologia. Molti infine vi hanno visto un puro e semplice atto di accusa contro la scuola primaria, solo perché si sottolinea che al termine della scuola media dovrebbe essere raggiunta una sufficiente padronanza della lingua – come del resto prescrivono le indicazioni nazionali. Il che non implica affatto che non si debba continuare a lavorare anche in seguito sulle competenze linguistiche.
In realtà, se si legge la lettera “dei 600” sine ira et studio, dovrebbe saltare agli occhi che l’obbiettivo di carattere generale è la necessità di “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica”; che quello più specifico che riguarda l’italiano è “il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti; e che la strada da percorrere in concreto dovrebbe prevedere anche “l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo”. A differenza di quanto si fa con i test Invalsi, che si propongono (o pretendono) di valutare competenze complesse, si tratterebbe di accertare solo conoscenze e abilità assolutamente imprescindibili a un certo livello del percorso scolastico. D’altra parte, se le stesse indicazioni nazionali per l’italiano stabiliscono alcuni traguardi “ineludibili” e “prescrittivi” già per la fine della scuola primaria, tra cui quello di saper scrivere “testi corretti nell’ortografia, chiari e coerenti”, cosa c’è di più logico e anzi doveroso di una verifica? E il carattere “nazionale” di queste verifiche, che sarebbero cioè le stesse – a ciascun livello – per tutte le scuole italiane, è indispensabile se si vogliono confrontare e valutare i risultati degli sforzi fatti per migliorare la situazione. Inoltre costituiscono un incentivo per un maggiore impegno di tutti.
Eppure è proprio qui che casca l’asino. La scuola italiana manifesta da decenni una palese insofferenza per la cultura del controllo (serio) dei risultati. Di qui l’abolizione degli esami nella scuola elementare (ce n’erano due) e al termine del biennio ginnasiale; di qui la ripetuta semplificazione di quelli che rimangono solo perché prescritti dalla Costituzione; di qui non di rado la vera e propria falsificazione delle valutazioni negli scrutini di fine anno all’ombra del “voto di consiglio”, in cui miracolosamente i quattro si trasformano in sei in barba a quanto risulta dai registri. Eppure una scuola rigorosa (che alla fine può bocciare di meno perché sollecita di più l’impegno degli studenti) è nell’interesse prima di tutto dei ragazzi che partono svantaggiati dal contesto familiare.
C’è poi da aggiungere, a proposito di valutazione dei risultati, la latitanza del ministero rispetto a una minoranza di docenti, la cui grave inadeguatezza sul piano delle capacità o della correttezza professionale può continuare per anni a rovinare indisturbata intere classi oltre che il prestigio della categoria.
Infine, sulla diffusa pratica del copiare durante gli scritti degli esami di Stato, moltiplicatasi con l’avvento di internet, le istituzioni tacciono ostinatamente. Mai si è sentito un ammonimento da parte del ministro di turno, mai si è provveduto a serie forme di prevenzione nonostante le ripetute campagne del Gruppo di Firenze e dell’Associazione Nazionale Presidi; e mai naturalmente si è saputo di provvedimenti disciplinari a carico di quei colleghi che ritengono giusto “aiutare” i candidati non solo chiudendo un occhio o due, ma a volte fornendo loro stessi traduzioni e soluzioni di problemi.
Potremmo continuare, ma il contesto è ormai chiaro: il paese dei condoni edilizi e fiscali è anche quello dei condoni scolastici e educativi, in cui merito e responsabilità vengono di regola snobbati o penalizzati, benché in realtà assicurino (anche se con crescente fatica) la tenuta complessiva del sistema, scolastico o sociale che sia.
Ecco quindi perché non stupisce che la proposta centrale dell’appello sulla crisi dell’italiano, quella delle verifiche periodiche, non sia stata accolta – almeno per il momento – dal governo della scuola. Va naturalmente riconosciuta la cortesia istituzionale che ha spinto la ministra Fedeli a ricevere i promotori dell’iniziativa, dedicando loro un incontro non frettoloso. Facendo però capire che si stanno battendo altre strade per affrontare il problema, peraltro in vario modo ridimensionato dai dirigenti ministeriali presenti*. Non sarà quindi facile vincere le resistenze alla cultura della verifica, ma neppure far dimenticare una denuncia che ha messo il dito in una piaga aperta della scuola italiana.
Giorgio Ragazzini

* Successivamente alla pubblicazione di questo articolo sul "Governo delle idee", la Ministra ha chiesto al noto linguista Luca Serianni di presiedere una commissione incaricata di studiare il problema posto dai docenti universitari. Si dovrebbe occupare, a quanto ha detto Valeria Fedeli, di rivedere le indicazioni nazionali del primo ciclo di studi, che, secondo un'altra proposta contenuta nell'appello, dovrebbero essere rese più essenziali. Ma non risulta che si intenda andare anche verso un sistema strutturato di verifiche nazionali dei risultati.

sabato 18 novembre 2017

SCONFIGGERE LA MAFIA DA DENTRO UN CARCERE

(“Corriere Fiorentino", 18 novembre 2017)
Caro direttore, stasera festeggerò insieme ad Antonio Gelardi, che ha scelto proprio Firenze per farlo perché qui giovanissimo iniziò la sua carriera con l’incarico di vicedirettore nell’allora nuovo carcere di Sollicciano, il suo compleanno. Sessant’anni spesi benissimo, malgrado la grave malattia che da oltre vent’anni lo affligge e che gli lascia pochissima autonomia, perfino nel respirare. Ciò non gli impedisce di fare ogni giorno sessanta chilometri per andare da dove abita a dirigere il carcere di Augusta, in provincia di Siracusa, con la fermezza e la grazia illuminata di chi sa che la mafia si può sconfiggere non solo perché i mafiosi — anche loro grazie a dio — se ne vanno, ma perché il carcere deve diventare il luogo in cui anche coloro che si sono macchiati di crimini orrendi, possono e devono essere recuperati. Il carcere di Gelardi rappresenta forse l’esempio migliore in Italia di come attraverso la formazione, il lavoro, l’arte, la scuola, la solidarietà e malgrado la scarsezza di mezzi, si possano fare miracoli. Perfino i Radicali gli riconoscono questa sua capacità illuminata, e non a caso quella di Augusta è la casa di reclusione ove spesso si recano per additarla a esempio e per seguire le numerose attività che vi si svolgono. Eravamo poco più che ragazzi quando, in ruoli diversi, ci ritrovammo a Sollicciano, in quello che fin dalla sua inaugurazione appariva già un carcere vecchio e malandato. Pochissimi anni dopo Gelardi sarebbe diventato direttore ad Augusta. Una personalità che continua ancora oggi a stupirci per la forza e per il coraggio, anche nell’andare avanti malgrado la scarsezza di mezzi. È una gran bella occasione vedere Gelardi, come lo è sentirci per telefono quasi tutte le settimane. Potrebbe, per motivi di salute, già essere in pensione, ma rimarrà al suo posto di lavoro in carcere fino a quando non scadranno i tempi propri di tutte le persone che non hanno problemi. È così che si sconfigge la mafia, e non soltanto in Sicilia, senza aspettare che siano le malattie e la vecchiaia a portarci via i mafiosi che temono soprattutto gli uomini dello Stato che fanno il loro dovere. Amareggia che proprio lo Stato e i politici non sempre si accorgano di uomini che lo servono come da decenni fa Antonio Gelardi, che ritorna per i suoi sessant’anni nella città dove si è formato e dove ebbe modo di collaborare con personalità quali i giudici Alessandro Margara e Antonino Caponetto.
Valerio Vagnoli

venerdì 3 novembre 2017

IL TIRO ALL'INSEGNANTE, LOGICA CONSEGUENZA DELLA PEDAGOGIA MINISTERIALE

Pubblichiamo la lettera da noi inviata l'altro ieri alla Ministra dell'Istruzione, a commento di un corsivo di Massimo Gramellini sul grave affronto a un'insegnate messo in atto a Mirandola. Da decenni, con rarissimi momenti di resipiscenza, il ministero diffonde e spesso impone una pedagogia del dialogo a tutti i costi, mentre scredita e limita ben al di sotto della sufficienza le sanzioni, che sarebbero in quest'ottica l'opposto dell'educazione (è recente l'abolizione della bocciatura per cattiva condotta). Buona parte dei dirigenti - e comprensibilmente non pochi colleghi - si sono adattati a questa ideologia totalmente contraria all'interesse educativo dei giovani. Nessuna meraviglia, quindi, che episodi vergognosi di questo tipo siano da tempo frequentissimi e che, anche quando non si arriva a tanto, il rispetto delle regole più ovvie richieda spesso fatica e perdite di tempo a non finire. 

- - - - - - - - 

Gentile ministra Fedeli,
sul "Corriere della Sera" di stamani Massimo Gramellini racconta - desolatamente - un episodio, uno tra i tanti che non arrivano sui giornali, verificatosi in una classe della scuola italiana: uno studente ha tirato il cestino dei rifiuti in testa all'insegnante in cattedra, che non ha reagito, neppure alzando la testa. Certo perché sapeva che nella sua scuola, come in tantissime altre, non si punisce chi si comporta male. E come lapidariamente scrisse Leonardo da Vinci: "Chi non punisce il male, comanda che si faccia". Un'infinità di colleghi sono costretti a non reagire (o lo fanno senza risultati) nella scuola dei condoni educativi, parte della società dei condoni di ogni tipo. Aggrava la posizione del tiratore il fatto che si sia accordato con un compagno perché filmasse tutto col cellulare per poi diffonderlo in rete. Il che dovrebbe anche suggerire un’ulteriore riflessione sull’opportunità di sdoganare gli smartphone come strumenti didattici.
Con la decisione di abolire il voto di condotta e quindi la possibilità di bocciare - come extrema ratio - chi ripetutamente e gravemente abbia violato le regole della convivenza civile, è stato mandato agli studenti un messaggio che suona promessa di impunità. A poco serviranno, in assenza di chiari paletti di fronte alla maleducazione e al teppismo, i piani nazionali per insegnare il rispetto reciproco, che viene ampiamente già  insegnato da tutti i colleghi. Per parte nostra non ci stancheremo di ripetere che non c'è sistema educativo che possa fare sempre a meno di sanzioni proporzionate alla gravità dei comportamenti. E non c'è scuola che possa funzionare senza disciplina, come più volte ha sottolineato l'Ocse.
Mi permetto di inviarle in allegato, insieme al Caffé di Gramellini, un mio recente intervento sull'argomento.
Giorgio Ragazzini

sabato 28 ottobre 2017

L’USCITA DEI RAGAZZI, UNA TEGOLA IN PIÙ SULLA SCUOLA DEI RICORSI

(“Corriere fiorentino”, 28 ottobre 2017)
Nel mondo della scuola è diffuso lo scaricabarile in tema di responsabilità di qualsiasi tipo; e spesso alla fine il cerino resta in mano ai docenti e soprattutto ai presidi che in Italia hanno sulle loro spalle oneri che non ha nessun altro dirigente della Pubblica amministrazione.
Oneri tra cui è compreso quello di farsi avvocato dello Stato nelle cause di lavoro relative al proprio personale. Anche quando la responsabilità ricade sul dipendente, quasi sempre le sentenze chiamano a risponderne anche il dirigente per non averlo adeguatamente controllato e istruito in merito ai suoi compiti. Tra questi, secondo quanto stabilito da una recente ordinanza della Cassazione, c’è quello di verificare che gli allievi minori di quattordici anni siano prelevati all’uscita da scuola dai loro genitori o da persona appositamente delegata a farlo. Immaginatevi il caos di quei minuti davanti a scuole frequentate da centinaia e centinaia di allievi, con la possibilità che qualcuno scappi al controllo dei poveri docenti! Ma tornando al problema sollevato da questa sentenza, che ne conferma altre dei Tribunali ordinari, di sicuro essa contribuisce a creare ulteriore tensione tra scuola e famiglie, per le quali è comodo farle la guerra, vista la farraginosa normativa da cui è sommersa. Una normativa su cui sono basate molte — e a volte scandalose — sentenze dei Tar, che danno spesso torto alla scuola. Tanto nessuno o quasi farà ricorso, vista anche l’inadeguatezza degli organici dell’Avvocatura dello Stato, che dovrebbe sostenere le ragioni dell’istituzione.
Rispetto a questo sfascio legale, ma anche culturale, le famiglie e i loro avvocati hanno sempre più possibilità di portare a casa sentenze a loro favorevoli, quando il ragazzo sia stato escluso dall’esame perché scoperto a copiare o perché non ammesso agli esami per le numerose insufficienze. È poi quasi normale che in caso d’infortunio, seppur minimale, vi sia un ricorso con tutto quello che ne consegue.
La stessa ministra Fedeli, anziché limitarsi a intimare al mondo scolastico il rispetto dell’ordinanza della Cassazione, avrebbe l’altra sera potuto ricordare che ogni scuola potrebbe, grazie ai regolamenti d’Istituto, scegliere come organizzare l’uscita degli allievi, anche a seconda della loro età. Un’altra rassicurazione sembra venire nelle ultime ore da Simona Malpezzi del Pd, che si è impegnata a varare le nuove norme per liberare le scuole da questo tipo di responsabilità.
È davvero difficile pensare che un ragazzo di tredici e quattordici anni debba essere consegnato alla fine delle lezioni a un adulto. Personalmente mi auguro che a quell’età e anche qualche anno prima, salvo casi particolarissimi, le ragazze e i ragazzi siano lasciati liberi di tornarsene a casa da soli o in compagnia dei coetanei. Lasciamogli questa libertà utile alla loro crescita e meno rischiosa rispetto a quella di viaggiare, nel fortino della propria camera, davanti a uno schermo su altre «strade», che possono rivelarsi molto più pericolose di quelle che da scuola conducono alle loro abitazioni.
Valerio Vagnoli

mercoledì 25 ottobre 2017

ABOLIRE IL VOTO IN CONDOTTA, ULTIMO ATTENTATO ALLA RESPONSABILITÀ DEGLI STUDENTI (con un’aggiunta)

Chi non punisce il male
comanda che si faccia
(Leonardo da Vinci)

Aggiungo in premessa a questo articolo, già pubblicato su “ilsussidiario.net” del 19 ottobre 2017 e su facebook, un’ulteriore annotazione: l’abrogazione del “5 in condotta” è stata decisa senza dibattiti e consultazioni di sorta. Né i mezzi d’informazione un dibattito, almeno ex post, lo hanno aperto. Si sono quasi tutti limitati a riportare il comunicato stampa del ministero.
Le indagini internazionali Ocse-Pisa non mirano solo a valutare la comprensione di testi di vario tipo da parte dei quindicenni, ma anche a ottenere indicazioni sul contesto dell’apprendimento: condizione familiare, ambiente sociale, differenze di genere. Già in passato nell’analisi dei dati l’Ocse sottolineava l’importanza della disciplina in classe in relazione ai risultati scolastici. E sarebbe la scoperta dell’acqua calda: basta il buon senso per capire che “dove la disciplina è allentata, gli insegnanti sprecano tempo e gli studenti non sono concentrati a causa delle numerose interruzioni”. Ma il buon senso, si sa, è merce rara e mai come in questo caso repetita iuvant.
Non basta. Nell’indagine del 2015 viene fuori che fra le caratteristiche delle scuole in cui gli studenti stanno meglio occupano i primi due posti attività impegnative nelle materie di studio e disciplina (seguono coinvolgimento dei genitori; cura, rispetto e fiducia negli studenti; una relazione positiva tra studenti e insegnanti; equità)[1].
A fronte di queste chiarissime indicazioni, il decreto firmato martedì scorso dalla ministra Fedeli va in direzione esattamente opposta, abrogando il voto in condotta e quindi la relativa insufficienza, con la quale si doveva ripetere l’anno: una delle rarissime iniezioni di serietà che la scuola italiana abbia ricevuto da molto tempo a questa parte. Si è forse corsi ai ripari in séguito a un’epidemia di bocciature per maleducazione? Assolutamente no, anzi c’è da dubitare che la norma sia mai stata applicata (come al solito si fa e si disfa senza rendere noto uno straccio di indagine a sostegno delle decisioni). Del resto la funzione delle sanzioni, se sufficientemente severe e all’occorrenza applicate, dovrebbe essere proprio quella di scoraggiare i comportamenti sbagliati. Quella del ministero è dunque una scelta di carattere puramente ideologico, come confermano le tortuose e inconsistenti motivazioni che la vorrebbero giustificare. Leggiamo: “La valutazione del comportamento sarà espressa d’ora in poi con giudizio sintetico e non più con voti decimali, per offrire un quadro più complessivo sulla relazione che ciascuna studentessa o studente ha con gli altri e con l’ambiente scolasticoMa agli allievi e ai loro genitori la valutazione del comportamento viene comunicata a voce e per scritto durante tutto l’anno, non solo con un giudizio a fine quadrimestre, che peraltro potrebbe tranquillamente accompagnare il voto invece di sostituirlo.
Ancora: via il 5 in condotta, ma “resta confermata la non ammissione alla classe successiva (in base a quanto previsto dallo Statuto delle studentesse e degli studenti) nei confronti di coloro a cui è stata irrogata la sanzione disciplinare di esclusione dallo scrutinio finale”. Si evita però di precisare che nello Statuto questa eventualità è riferita solo a “reati che violano la dignità e il rispetto della persona umana”; e non basta, perché lo si può fare soltanto a una serie di condizioni: “nei casi di recidiva, di atti di violenza grave, o comunque connotati da una particolare gravità tale da ingenerare un elevato allarme sociale, ove non siano esperibili interventi per un reinserimento responsabile e tempestivo dello studente”. In altre parole, chi “si limitasse”, nonostante richiami ed eventuali sospensioni, a un continuo disturbo delle lezioni, a offendere più volte insegnanti, custodi e compagni, a falsificare firme, a uscire di classe senza permesso, insomma se dimostrasse (cosa tutt’altro che rara nelle aule odierne) una radicata maleducazione e l’incapacità di ravvedersi, non correrebbe il rischio di ripetere l’anno.
È incredibile che questa ulteriore mazzata alla funzione educativa della scuola avvenga mentre in tanti si riempiono la bocca con le “soft skills”, le cosiddette competenze trasversali necessarie per vivere in società e nel mondo del lavoro, tra le quali adattabilità e flessibilità, rispetto delle regole e dei livelli gerarchici, autocontrollo, comprensione dei bisogni altrui. E come si può ottenere tutto questo trasmettendo ai giovani continui messaggi di permissività e senza ricordare una sola volta negli ultimi decenni l’esistenza delle responsabilità e dei doveri? Non sarebbe invece il momento di andare con fermezza in direzione esattamente contraria, proprio nell’interesse educativo dei giovani, come ormai invitano a fare stuoli di psicologi e psicoterapeuti, che del disastro educativo in corso vedono gli effetti su tanti genitori in crisi?
Tempo fa, in un editoriale sul “Corriere della Sera”, Ernesto Galli della Loggia si chiedeva se in viale Trastevere si sapesse che “in moltissime realtà scolastiche italiane ormai si assiste ad una vera e propria abolizione di fatto della disciplina”. Purtroppo con questa decisione anche la sua progressiva abolizione di diritto ha fatto un altro grave passo avanti.

Giorgio Ragazzini
(Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità)



[1] Informazioni tratte dal sito dell’Adi, più precisamente dall’articolo Il benessere degli studenti in Pisa 2015 di Marco Bardelli (http://bit.ly/2kJwPor)

giovedì 19 ottobre 2017

VILLARI E IL SUO LIBRO ROSSO (A SCUOLA E A CASA)

 (“Corriere Fiorentino”, 19 ottobre 2017)

Mentre sto scrivendo queste mie riflessioni sulla morte di Rosario Villari, un grande storico e un grande autore di manuali scolastici scomparso poche ore fa, cerco con gli occhi nei miei scaffali la copertina rossa di uno di questi suoi libri.
È uno dei volumi che mi sono tenuto quando, al momento di smettere d’insegnare, ho salvaguardato quei testi che più mi avevano aiutato proprio nell’insegnamento. E devo dire che i manuali del Villari non spiccano tra gli altri libri solo per il colore rosso della copertina, ma per quello che hanno lasciato a me e anche ai miei allievi che hanno avuto la fortuna di studiarvi e che spero non l’abbiano allora rivenduto al mercato dell’usato.
Alla chiarezza espositiva, i manuali di Rosario Villari univano la precisione della documentazione e l’onestà di non cercare come autore «di scomparire» rispetto alla narrazione dei fatti, prendendosi invece, con discrezione, la responsabilità di far capire il suo pensiero rispetto ai grandi eventi della Storia. Capita invece, a volte, che certi autori di manuali vogliano far credere di essere neutrali, ovviamente fingendo una neutralità che non hanno, essendo appunto impossibile essere al di sopra delle parti quando si parla e si scrive di Storia. Villari, nei suoi testi scolastici, riusciva senz’altro a mantenere quel distacco nei confronti dei fatti storici fondamentale per rispettare l’autonoma e libera formazione dei giovani, ma non riusciva, per fortuna, a censurarsi, facendo così traspirare dalle sue pagine la forte passione civile che lo caratterizzava. Come sappiamo, Villari si era dedicato a lungo anche alla politica attiva che lo vide schierato tra le fila del partito comunista. E da attivo e convinto militante comunista, seppe tuttavia sempre mantenere una autonomia di giudizio che non lo rese mai dogmaticamente piegato al partito e alle sue linee ufficiali. Antifascista, si impegnò attivamente nell’immediato secondo dopoguerra per il riscatto delle masse contadine calabresi e in generale contro le arretratezze sociali, culturali ed economiche del nostro meridione. E anche senza aver letto i suoi numerosi saggi dedicati proprio alla questione meridionale, è ancora oggi sufficiente leggere con attenzione le pagine del suo manuale dedicate ai mali del Sud, per rendersi conto che se c'era nel suo pensiero una passione, questa era per la democrazia unita alla speranza che la società italiana fosse davvero più giusta e libera di come lo era in quegli anni, soprattutto nel meridione.
Ecco perché spero tanto che i miei ex allievi conservino ancora i libri di Rosario Villari, perché al loro interno vi potranno ritrovare, non solo il ricordo dei loro anni giovanili, belli o brutti che essi siano stati, ma l’occasione per riflettere su testi che costringevano a pensare e che educavano alla libertà e alla passione civile. Ideali che non terminano con i cicli di studi e che solo i grandi manuali sono in grado di trasmettere. Niente in comune con quei testi di storia che in nome della imparzialità trovano oggi sempre più ampio spazio nelle aule scolastiche e che si caratterizzano per presentare documenti storici di varia natura da interrogare con domande a risposta aperta e a volte perfino chiusa. Come se la Storia la si potesse interrogare con dei quiz aspettandosi da essa perfino delle risposte definitive e non, come ci insegnavano anche i libri del Villari, la conoscenza degli uomini, delle loro contraddizioni, delle loro malvagità, delle loro passioni e soprattutto della loro volontà di migliorarsi e di andare avanti.
Valerio Vagnoli

mercoledì 11 ottobre 2017

UNA LAUREA PROFESSIONALE (PER TECNICI CAPACI)

(“Corriere Fiorentino”, 11 ottobre ’17) – La risposta che sul Corriere della Sera di domenica scorsa l’attore Diego Abatantuono ha dato a Candida Morvillo su com’era la Milano del boom economico è quanto mai efficace nel descrivere la deriva che da allora in poi ha segnato il cammino di parte della nostra società e della nostra scuola.
L’attore dice che allora la città era «bella, e non c’era la sindrome del pezzo di carta. Se sapevi fare qualcosa, stavi bene. Dopo, invece, si doveva studiare per forza e abbiamo avuto generazioni di potenziali elettricisti e idraulici dispersi nel tentativo di diventare ingegneri gestionali». Parole molto in sintonia con quelle dette agli inizi degli anni ‘90 da Umberto Eco che già allora ricordava come i giovani avrebbero pur dovuto decidersi di farsi carico anche di quei mestieri, e con la recentissima diagnosi dell’Ocse sul rapporto tra scuola e mondo del lavoro in Italia; rapporto che si conferma, anno dopo anno, a dir poco disastroso. Infatti molte industrie, grandi e piccole, cercano tecnici o operai specializzati che né le scuole né le università riescono a formare. Le prime perché è stata distrutta gran parte della formazione tecnica e professionale, le seconde perché continuano a proporre indirizzi che garantiscono lauree del tutto inutili, se non dannose, per l’ingresso nel mondo del lavoro. E quando questi indirizzi sono in grado di corrispondere alle richieste dell’economia e delle imprese, può accadere, come fanno pensare certi recenti scandali nel mondo accademico, che di rado venga premiato il merito. Ma anche il mondo delle imprese ha le sue responsabilità, dato che spesso mortifica i giovani talenti con stipendi e carriere che in altre parti del mondo sono ben più appaganti. E non a caso i migliori guardano sempre più all’estero, a beneficio di altre economie. Purtroppo questa situazione sarà confermata, con probabili aggravanti, nei prossimi anni (e rischia di esserlo per decenni) se la classe politica non si deciderà a prendere urgentemente i necessari provvedimenti. Sarebbe per esempio opportuno pensare a una istituzionalizzazione della formazione tecnicoprofessionale post diploma, trasformando gli attuali corsi Its (Istituti tecnici superiori), che a oggi coinvolgono a livello nazionale meno di diecimila giovani, in una sorta di università tecnico-professionale a plurindirizzo, come avviene in molti Paesi europei, dove viene scelta da centinaia di migliaia di studenti. Potrebbe così crescere, come l’Ocse ci chiede, il numero delle lauree, almeno di quelle brevi; e, come accade in Germania, saremmo finalmente in grado di preparare tecnici capaci, alla cui formazione potrebbero contribuire esponenti qualificati del mondo delle imprese e del lavoro, oltre naturalmente ai veri e propri docenti universitari delle discipline tecniche e giuridico-economiche. I laboratori, come già accade nei corsi Its, si troverebbero all’interno delle imprese stesse e questo limiterebbe in maniera consistente i costi. Ne guadagnerebbe l’economia e soprattutto ne guadagnerebbero i giovani, ai quali non basta semplicemente assicurare anni e anni di scuola per sentirci garanti della loro formazione. Una scuola degna di questo nome non è solo quella, pur importantissima, che sa accogliere, ma è anche quella che sa spingere i giovani nella vita con prospettive e attese nei confronti del futuro. Attese che oggi molti non hanno con il rischio, prima o poi, che ce ne chiedano conto. E allora potrebbe essere un grosso guaio, per tutti naturalmente.
Valerio Vagnoli

giovedì 21 settembre 2017

CELLULARI: VOGLIAMO INCENTIVARE UNA DIPENDENZA IN CRESCITA?

Provate a digitare su Google “Miur prevenzione dipendenze”: vi verrà fornito un nutrito elenco di riferimenti a iniziative in corso o a progetti in cui è implicato il ministero dell’Istruzione, accanto ad altri del Ministero della Salute, della Polizia di Stato o delle Regioni. E non si tratta solo delle varie droghe illegali, di alcol o di tabagismo, ma anche di “prevenzione di tutte le forme di dipendenza” compresa la ludopatia e in genere le “dipendenze comportamentali”.
In occasione della recentissima intesa fra la Presidenza del Consiglio e il Miur sulla prevenzione dell’abuso di alcol e delle tossicodipendenze, si è ripetuto ancora una volta che “partire dall’educazione nelle scuole è fondamentale”. Ma paradossalmente è proprio nella scuola che si andrà a incentivare una dipendenza in forte crescita fra i giovani, quella dal cellulare, dopo la decisione della ministra Fedeli di sdoganarli come strumento didattico. A sconsigliare di darle seguito, questo argomento si aggiunge ai molti già evocati: la disponibilità dello smartphone distoglie dalla necessaria attenzione, aumenta la tentazione di copiare da internet, favorisce gli scherzi e il bullismo. Per di più, sostituendo uno strumento privato a quelli che la scuola stessa potrebbe fornire, fomenterebbe “la peggiore competizione tra gli studenti, e giocoforza tra le loro famiglie, a chi si compra l'oggetto più nuovo”, come ha scritto Adolfo Scotto di Luzio. Che aggiunge: Lo smartphone in classe preclude ai giovani l'esperienza della scuola come reale scoperta di quello che non si conosce e come incontro con l'estraneo culturale. [...] Educando viceversa i giovani a ritrovare in classe ciò che già conoscono fin troppo bene fuori, li si addestra nella logica dell'uguale e della ripetizione del noto”.
Esistono diverse conferme scientifiche di una già notevole diffusione di questa nuova dipendenza. Una viene da uno studio molto serio realizzato dalla Scuola di psicoterapia “Erich Fromm”e presentato di recente a Firenze, secondo il quale l’attrazione per lo smartphone sta diventando per molti una fonte di stress e di ansia, con sintomi come il bisogno di essere continuamente raggiungibili, la paura di esaurire la carica, la “vibrazione fantasma”, cioè la sensazione errata che l’apparecchio stia vibrando, fino al tremore, alla tachicardia, agli attacchi di panico. Nelle persone con bassa autostima e difficoltà relazionali, l’uso del cellulare favorisce la chiusura in sé stessi e la paura di essere rifiutati. Una ricerca britannica attesta che il 60% dei giovani tra i 18 e 29 anni va a letto con lo smartphone. Si parla ormai di “nomofobia”, (no mobile + fobia), cioè la paura di restare senza questo vero e proprio talismano.
Anche senza conoscere la letteratura scientifica, se vogliamo proteggere almeno i giovanissimi dal diventare schiavi del telefonino, oltre che metterli in guardia dal fumo, dall’alcol, dalle droghe, dai disturbi alimentari e dal bullismo, la messa al bando degli smartphone dalle aule scolastiche dovrebbe apparire come una misura necessaria e di buonsenso.  
Dal canto suo la ministra Fedeli assicura che non si tratterà “di smartphone come dispositivo a gestione individuale mentre ci sono le lezioni”, ma di uso regolato sotto la responsabilità dei docenti. Intenzione in astratto rassicurante, se si potesse garantire una pratica saltuaria di “uso consapevole della tecnologia”, accompagnata dall’obbligo tassativo di tenere l’apparecchio spento nello zaino per il resto del tempo. Ma quanto è diffuso e quanto incoraggiato nella scuola italiana (a iniziare dal ministero) il rigore necessario per assicurare un simile equilibrio? Siamo purtroppo vicini allo zero assoluto. Bisogna quindi insistere perché non sia assestato un colpo definitivo alla possibilità di lavorare in classe con l’indispensabile concentrazione. Del resto, numerosi manager e programmatori di Microsoft, Apple, Google e di altre aziende della new economy da Seattle a Cupertino, incluso Steve Jobs, hanno scelto e scelgono per i loro figli scuole in cui anche il computer è rigorosamente bandito. Vogliamo proprio essere più “digitali” di loro?
Giorgio Ragazzini

Aderisci all' iniziativa “No al cellulare in classe – Scrivi un rigo alla Ministra: segreteria.particolare.ministro@istruzione.it

lunedì 18 settembre 2017

PROMEMORIA: LA LETTERA APERTA AL MINISTRO GIANNINI DEL LUGLIO 2016: “NO AL CELLULARE IN CLASSE”

La sottoscrissero oltre duemila fra insegnanti e dirigenti (per la precisione 2066, tra cui anche alcuni cittadini non docenti interessati alla serietà della scuola).
Tra i firmatari la scrittrice Paola Mastrocola, il linguista Luca Serianni,  Giovanni Belardelli, storico e editorialista del “Corriere della Sera”, Adolfo Scotto Di Luzio, storico della pedagogia, il politologoVittorio Emanuele Parsi, il filosofo Remo Bodei. lo storico della letteratura Giulio Ferroni.

“Gentile Ministro,
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare, praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per l’uso didattico dell’informatica, è bene usare eventualmente strumenti assai più indicati come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli stessi studenti e del lavoro degli insegnanti”. 
Tra i firmatari segnaliamo (in ordine alfabetico)
ADOLFO SCOTTO DI LUZIO, docente di storia della pedagogia;
ADRIANO PROSPERI, docente di  storia moderna  collaboratore di “Repubblica”;
AMEDEO QUONDAM, docente emerito di letteratura italiana; 
EMILIO PASQUINI, docente emerito di letteratura italiana; 
GIORGIO ALLULLI, dirigente dell’ Isfol, esperto di formazione professionale;
GIOVANNI BELARDELLI, storico e editorialista del “Corriere della Sera”;
GIULIO FERRONI, docente di letteratura italiana;
LORENZO STRIK LIEVERS, docente di didattica della storia, già senatore della Repubblica;
LUCA SERIANNI, linguista e accademico dei Lincei;
MARCELLO DEI, docente di sociologia e autore di Ragazzi si copia. A lezione di imbroglio nella scuola italiana;
MICHELE ZAPPELLA, docente di neuropsichiatria infantile;
PAOLA MASTROCOLA, insegnante, scrittrice e collaboratrice del “Sole24Ore”;
PAOLA TONNA, coordinatrice dell’Apef (Associazione Professionale Europea Formazione)
PAOLO CARETTI, docente di diritto costituzionale;
PAOLO PADOIN, già Prefetto di Firenze;
PIER VINCENZO ULERI, docente di Scienza della politica;
REMO BODEI, docente di filosofia all'University of California, Los Angeles (UCLA);
RENZA BERTUZZI, Responsabile di redazione di “Professione Docente”, organo della Gilda degli insegnanti;
RINO DI MEGLIO, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti;
ROBERTO TRIPODI, presidente dell’Associazione Scuole Autonome della Sicilia;
VITTORIO EMANUELE PARSI, politologo e editorialista del “Sole24Ore”.

martedì 12 settembre 2017

DAL MINISTERO UNA PRIMA, SIGNIFICATIVA RISPOSTA ALL’APPELLO "DEI SEICENTO"

  COMUNICATO STAMPA
Il professor Serianni nominato consulente del Ministero per l’apprendimento della lingua italiana. Una prima, significativa risposta all’appello dei 600 professori universitari dello scorso febbraio
 Alcuni giorni fa la Ministra Fedeli ha annunciato “interventi molto importanti per rilanciare l’apprendimento della lingua italiana grazie al contributo di Luca Serianni, linguista e filologo da poco in pensione che metterà la sua vasta competenza al servizio gratuito del ministero e degli studenti”.
Come si ricorderà nel febbraio scorso oltre 600 professori universitari (poi arrivati a 770) rivolsero al Governo e al Parlamento un appello chiedendo che si prendessero con urgenza dei seri provvedimenti per combattere “il declino dell’italiano a scuola” e le gravi carenze linguistiche con cui molti studenti affrontano l’Università.
La Ministra aveva dato assicurazione che intendeva affrontare i problemi posti dall’appello e la scelta del professor Serianni va senz’altro in questa direzione, anche per l’attenzione che come linguista ha sempre avuto per la scuola e per la didattica della lingua italiana. 

mercoledì 30 agosto 2017

DOCENTI INADEGUATI: FINE DELL’IPERGARANTISMO?

Pochi giorni fa, in occasione del Meeting di CL a Rimini,“ilsussidiario.net” ha pubblicato un’ intervista a Valeria Fedeli. “Tuttoscuola”  ha rilanciato una risposta della Ministra, che, interpellata  sui “docenti inamovibili”, ha detto:  L'inamovibilità a fronte dell'incapacità non dev'essere più possibile. Poi si tratterà di vedere come fare”. È un’affermazione impegnativa, che speriamo venga seguita senza ulteriori ritardi da iniziative adeguate. Importante è anche il fatto che “Tuttoscuola” non si limiti a riportare le parole della Fedeli, ma prenda  decisamente posizione contro la classica risposta sindacale, che liquida la questione con l’argomento che “le norme ci sono” (questa volta è Rino Di Meglio della Gilda a sostenere l’inesistenza del problema). In teoria è vero – replica “Tuttoscuola” – ma esiste un’inamovibilità di fatto che è quasi insuperabile.
L’articolo di “Tuttoscuola”, senz’altro da leggere (Inamovibilità dei docenti incapaci: falso problema o questione da risolvere?), conferma in gran parte, anche se in modo sintetico, i risultati di un seminario da noi organizzato nell’aprile scorso proprio su questo argomento, di cui con l’occasione pubblichiamo la sintesi e l’allegato dossier di “casi esemplari”. Testi pensati in primo luogo per sensibilizzare la classe politica sull’annoso problema dei docenti “inadeguati” (come è più opportuno chiamarli: ci sono gli insegnanti incapaci, ma anche quelli scorretti). 
- L’articolo di “Tuttoscuola”: leggi.
- Seminario sui poteri disciplinari dei dirigenti: leggi.

domenica 27 agosto 2017

SE LA MATURITÀ VALE MENO DELL’ESAME DI GUIDA

"Corriere Fiorentino", 27 agosto 2017

In una piccola stazione di provincia qualche giorno fa mi è capitato di assistere all' incontro tra una vecchia maestra (in realtà di mezza età, ma per gli ex studenti le maestre come si sa sono sempre delle vecchie maestre) e un suo ex scolaro che, da quel che diceva, si capiva essersi diplomato a luglio. Alla richiesta della maestra su come fosse andato l’esame di Stato, il giovane ha risposto senza alcuna esitazione che era stato ben più difficile e impegnativo sostenere quello per la patente. D’altra parte questa mia testimonianza conferma pienamente quanto negli ultimi anni mi viene detto da molti ex studenti, che evidentemente sempre di meno vivono come rito di passaggio all’età adulta l’esame finale del ciclo superiore che, forse non a caso, non si chiama neanche più esame di maturità. Questo episodio mi ha fatto ulteriormente riflettere intorno alle recentissime dichiarazioni della ministra Fedeli sulla possibilità di portare a 18 anni l’obbligo scolastico. Idea che mi sembra animata da un vizio quasi atavico nei nostri ministri della Pubblica istruzione, quello di accontentarsi della forma piuttosto che pensare alla sostanza. E per la scuola di questi ultimi decenni la sostanza dovrebbe consistere innanzitutto nel darle un senso; un senso che spesso, per dirla con Vasco Rossi, purtroppo non ce l’ha, non essendo compito principale della scuola, come invece avviene attualmente, quasi solo quello di “contenere” i ragazzi senza però dare loro prospettive e progetti di vita e senza dare così al Paese fiducia nel futuro. La società odierna richiede sempre di più giovani preparati e pronti ad accettare l’impegnativa sfida con i loro coetanei di altri Paesi, che investono anch’essi nella conoscenza senza tuttavia affidarla esclusivamente alla durata, bensì alla qualità dei loro corsi di studio. Ricordo che l’obbligo scolastico fino ai 18 anni non appartiene alla stragrande maggioranza dei Paesi cosiddetti avanzati e fra questi, in Europa, ricordiamo pure la Germania, l’Inghilterra, la Francia, la Finlandia, la Spagna, l’Austria, la Svezia... Intanto ci potremmo accontentare di ricostruire un sistema scolastico in grado di portare i giovani a sentire la scuola importante, e pertanto impegnativa, quanto il percorso che porta al superamento o meno dell’esame per la patente di guida. A questo siamo ridotti. I ministri però non lo sanno; mica frequentano le piccole stazioni di provincia!
                                                                                         Valerio Vagnoli

sabato 5 agosto 2017

IL LAVORO MANUALE PICCONATO DA SINISTRA

“Corriere Fiorentino”, 5 agosto 2017
L’estate è per i cosiddetti Neet, cioè per un quinto dei nostri giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, una stagione più terribile delle altre perché proprio nei mesi estivi il senso di fallimento si acuisce. Il problema non è solo italiano ma in pochi altri Paesi al mondo è grave come da noi.
Sulle ragioni di questa drammatica situazione molto si è scritto e si continuerà a scrivere perché la percentuale dei nostri ragazzi che vivono nel limbo dei Neet è, in Europa, seconda solo alla Turchia. Non mi soffermo sulle cause, tra cui la crisi economica o la pesantezza delle tasse che rendono spesso impossibile alle imprese assumere dei ragazzi, ai quali peraltro andrà anche insegnato il lavoro, dato che una sciagurata politica scolastica ha pressoché liquidato la formazione professionale e tecnica. Mi preme invece mettere in evidenza altre responsabilità che sono alla base di queste scelte formative, cavallo di battaglia della sinistra tradizionale che con il ministro Berlinguer picconò la «vecchia» scuola facendo alla fine diventare quella superiore un prolungamento della media. Si asseriva, con la sicurezza tipica dell’ideologia piuttosto che con la capacità di preparare il futuro senza cancellare il meglio del passato, che i giovani avevano bisogno non di specializzazioni, ma di «teste ben fatte», che solo una scuola licealizzata avrebbe saputo forgiare. Come se fino ad allora i laboratori artigiani e le scuole tecniche e professionali avessero formato sudditi acritici e indolenti! Insomma, il nuovo sistema scolastico voleva inculcare nella gente, riuscendovi in pieno, l’idea che il lavoro manuale era destinato ai perdenti e che il modello vincente era quello liceale. Insieme a tutto ciò proliferarono nuovi indirizzi universitari scollegati spesso dal mondo del lavoro e collocati anche nelle cittadine di provincia, togliendo così a molti giovani anche l’importantissima esperienza di misurarsi con realtà nuove, senza le mediazioni e le protezioni familiari. Protezioni che in Italia più che in altre Paesi tendono a imprigionare i figli piuttosto che renderli finalmente autonomi. Si lanciò poi la demagogica parola d’ordine del «diritto al successo formativo» cancellando paralellamente quello al lavoro. Insomma, tutto ha contribuito a deresponsabilizzare i nostri ragazzi, i cui genitori, a differenza di quanto accade in molti Paesi europei, spesso continuano ad accudirli e a garantire loro la paghetta fin oltre i trent’anni. Occorre dirlo con forza: per certi lavori i posti ci sono e c’erano anche in passato quando venivano ricoperti dagli extracomunitari o dai pensionati. Ricordo la rabbia di amici e parenti che negli anni novanta non riuscivano a trovare potatori di ulivi e viti, benché i nostri istituti agrari pullulassero di studenti preparati per farlo. Intanto questi amici e parenti hanno insegnato ai loro operai albanesi a potare e ora questi lo fanno con la sapienza e il rispetto che le piante impongono. Accade anche che ristoranti, pasticcerie e trattorie richiedano da tempo inutilmente agli istituti alberghieri giovani disponibili a impiegarsi e ciò forse non accadrebbe se i professionali si proponessero, come accadeva in passato, quali indirizzi fortemente orientati alle attività pratiche. Mi sembra che il disastro culturale che ha bandito il lavoro manuale dal futuro dei nostri giovani sia ampiamente confermato anche dalle critiche che si continuano a fare contro l’alternanza scuola-lavoro: cioè contro la misura più opportuna e incisiva che abbia mai caratterizzato la nostra scuola negli ultimi decenni. Per ora l’unica misura che può aiutarci a rinnovarla e nello stesso tempo a rinnovare le mentalità dei tanti, a proposito del lavoro manuale, imbevute di preconcetti e luoghi comuni.

Valerio Vagnoli

domenica 30 luglio 2017

PERCHÉ SI STUDIA QUELLO CHE SI STUDIA

“Perché leggiamo ancora la Commedia nell’anno 2017?” A questa domanda Claudio Giunta, concludendo un recente articolo-recensione sul “Sole 24 Ore” a proposito dell’attualità o meno di Dante, propone “una risposta molto più pedestre” di quelle ipotizzate nelle righe precedenti. Che è questa: “Perché così hanno deciso centocinquant’anni fa coloro che hanno scritto i programmi della scuola italiana postunitaria” (su questo saggiamente seguiti, aggiunge, dalle attuali Indicazioni nazionali per il curricolo scolastico). Risposta che me ne ha ricordata un’altra, quella che detti a una mia allieva di seconda media che mi aveva chiesto “Ma a che serve studiare la storia?” Al che tagliai corto dicendo (immagino con un sorrisetto ironico): “A essere promossi in terza media”. Come quasi tutte quelle dello stesso tipo, la sua non era infatti una vera domanda, voleva in realtà dire “la storia non mi piace” (e forse, come conseguenza, non serve a nulla...). Dunque, prenderla alla lettera e lanciarsi in una perorazione della fondamentale funzione di farci-conoscere-il-passato-per-comprendere-il-presente-e-progettare-il-futuro sarebbe stato inutile. Un alunno interessato a una materia non sente il bisogno di sapere a cosa serve, così come un bambino che ascolta rapito una fiaba non chiede il motivo per cui gliela raccontiamo. L’insegnante, quindi, oltre a fare il possibile per interessare i suoi studenti, dovrà però combattere l’idea – figlia di un’educazione preoccupata di accontentare sempre e comunque i figli – che la scuola sia simile a un self service in cui si mangia solo ciò che ci piace, per di più evitando di assaggiare ogni tanto qualcosa di nuovo. Negli sport fatti seriamente l’allenatore impone ai suoi ragazzi esercizi faticosi, però essenziali per una pratica che dia poi soddisfazione. Così la scuola non può (non dovrebbe) fare a meno di esigere un impegno costante in tutte le discipline, attraenti o meno che siano per ciascun allievo. “Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali,” ammonì Barak Obama nel suo grande discorso del 2009 agli studenti, mettendo in evidenza la responsabilità di ciascuno di loro rispetto alla propria formazione.
Ma c’è di più: tutte e due le risposte apparentemente “pedestri” alle domande sull’attualità di Dante e sull’utilità di studiare la storia sottintendono la considerazione dovuta al patrimonio culturale della nazione, come selezionato e aggiornato nel corso del tempo. Un patrimonio, dunque, non intangibile, e anzi inclusivo (è un tratto specifico della cultura occidentale) della capacità di revisione critica delle idee ricevute; ma non va neppure incoraggiata nei ragazzi la pretesa di mettere in discussione quello che la scuola “consegna” alle nuove generazioni. Ogni insegnante è in un certo senso, per conto della collettività, il garante dell’importanza di ciò che insegna. Più ne sarà convinto, più sarà convincente e autorevole per i suoi allievi.
Giorgio Ragazzini

venerdì 14 luglio 2017

L’ANTIFASCISMO? MEGLIO IMPARARLO DA UN VECCHIO POETA

“Corriere Fiorentino”, 12 luglio 2017
Caro direttore,
confesso che rispetto alla proposta di Emanuele Fiano di punire tutti coloro che fanno propaganda fascista ho idee poco chiare. Da sempre antifascista, nipote e cugino di persone massacrate dai nazifascisti, figlio di antifascisti i cui nonni materni nascosero per mesi nella loro abitazione dell’alto Casentino una coppia di anziani ebrei fiorentini, non riesco proprio ad appassionarmi alle polemiche di questi giorni e soprattutto non riesco a farmi un’idea chiara e definitiva su cosa sia più o meno giusto fare. Tuttavia ne scrivo perché rispetto ai temi legati alle dittature, di qualunque colore esse siano, non si può, avrebbe detto mio padre, accantonare il discorso. Anche perché il rischio che seppur sotto altre vesti le dittature a volte ritornino è sempre reale e inoltre è bene ricordare che nel mondo ce ne sono ancora e anche di assai crudeli. Eppure la proposta Fiano non mi convince fino in fondo e penso che rispetto a ideologie così nefaste e sempre minacciose come quelle nazifasciste e comuniste, le risposte debbano essere altre che non quella di creare il nuovo reato di «propaganda di regime». La prima di queste risposte dovrebbe essere quella di impedire la deriva civile di una nazione e di tenerne alta la coscienza recuperando, per dirla con Leopardi, quell’ “onesto e retto conversar cittadino” che pochi esaltano e altrettanto pochi auspicano quale modello da perseguire: non certamente parte del Parlamento o dei politici habitué dei talk show. Troppo degrado intorno a noi e troppo volgo blandito da un vasto ceto politico, parte del quale sembra anche avere paura a misurarsi con lui rendendolo così sempre più potente ed elettore di altrettanto volgo. Forse solo la scuola e poco altro ci potrebbe salvare, se la scuola saprà tuttavia regalare ai ragazzi maestri in grado di creare in loro quelle tensioni civili e morali che solo i veri maestri sono in grado di offrire. Ma ci sono per fortuna, seppur poche, altre risorse. Il bel film di Francesco Bruni, Tutto quello che vuoi, ci offre uno spunto che non possiamo assolutamente tralasciare. Come capita nel film ad alcuni giovani disperati ed emarginati che finalmente crescono e maturano il senso di responsabilità attraverso l’incontro con un vecchio poeta, occorre che anche al di fuori della scuola i giovani possano avere la fortuna d’incontrare adulti e anziani in grado di raccontare qualche squarcio della loro vita e che magari siano ancora in grado di rappresentare valori e aspettative che i giovani, seppur ignorandolo, bramano di sapere. Ma quasi nessuno, anche all’interno delle famiglie, si preoccupa di far loro questo regalo.
Valerio Vagnoli

domenica 9 luglio 2017

RISPOSTA A “TUTTOSCUOLA” SU DON MILANI E L’ABOLIZIONE DELLE BOCCIATURE

Caro direttore,
“Tuttoscuola” si rammarica che dal decreto sulla valutazione sia stato tolto il divieto di bocciare nella primaria, inizialmente presente. E, adottando toni e categorie della Lettera a una professoressa, chiosa: “I nostri parlamentari hanno preferito mantenere la distinzione tra i Gianni e i Pierini, figli dei ricchi, colti e urbanizzati, anziché applicare il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini”.
A parte il fatto che è stata la ministra Fedeli a opporsi su questo punto, è difficile capire i motivi per cui sarebbe essenziale impedire per legge un esito che rappresenta lo 0,4% del totale. A differenza di 50-60 anni fa, sono decisioni eccezionalissime, da prendere all’unanimità e da motivare ampiamente. Sarebbe semmai utile un’indagine sulle ragioni che hanno mosso dei consigli di interclasse, certo non a cuor leggero, a bocciare un alunno.
È naturale che “Tuttoscuola” si appoggi in questo campo all’autorità di don Milani: “Durante l’obbligo scolastico non si può bocciare, si diceva a Barbiana, ma si devono rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla piena fruizione del diritto allo studio”. “Durante” sì; ma alla fine? A pagina 56 della Lettera si trova un passaggio che non viene mai citato. Rivolgendosi a un’immaginaria insegnante di scuola media, i ragazzi di Barbiana dicono che nella scuola dell’obbligo bisogna portare tutti in terza. Ma aggiungono: “È all’esame di licenza che può sfogare i suoi istinti di selezionatrice. Non avremmo più nulla da ridire. Anzi se il ragazzo non sa ancora scrivere farà bene a bocciarlo.” Stando così le cose, sarà pur lecito discutere se e quando sia meglio, nell’interesse del ragazzo, aspettare la terza media o fermarsi prima in caso di gravi carenze.
Anche l’Ocse, prosegue “Tuttoscuola”, “ritiene che la bocciatura come strumento didattico sia costoso ed inefficace. Quanto costa alla collettività un ripetente?” Ma forse dovremmo anche chiederci quanto costano alla collettività le ben più frequenti promozioni immeritate.
In alternativa alla bocciatura, “Tuttoscuola” rilancia poi la personalizzazione dell’apprendimento. Se però una didattica è davvero efficace e in grado di colmare le lacune di chi è indietro, perché si dovrebbe temere la possibilità di bocciare?
Il fatto è che da tempo immemorabile la volontà, la serietà, l’impegno sono stati cancellati dalla pedagogia, sicché il raggiungimento del “successo formativo” è diventato responsabilità esclusiva di una scuola “che non sa motivare”. I ragazzi “svogliati” di un tempo ora hanno un Bisogno Educativo Speciale. Da un estremo all’altro. Ma un bambino, un ragazzo non sono materia plasmabile a piacere, sono soggetti più o meno o per niente collaborativi. E si dovrebbe abituarli all’idea che il successo scolastico dipende anche da loro.
Un altro ingrediente di cui non si parla mai (tanto meno lo fanno i ministri dell’istruzione) è la disciplina. Eppure a Barbiana era ferrea: La vita era dura anche lassù: disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare. [...] Per i casi estremi si usa anche la frusta”. E l’Ocse stessa ne ha sottolineato la grande influenza sul livello degli apprendimenti e il positivo impatto sul clima della classe e sull’umore degli allievi[1]. Ci sarebbe quindi da fare una severa autocritica per il lassismo che è stato tollerato e incoraggiato negli ultimi decenni, con l’effetto di buttare al vento una quantità enorme di tempo scuola (quanto ci costa?).
Tra i comportamenti più gravi c’è il copiare a man bassa durante gli esami e le verifiche in classe. “Tuttoscuola” individua la causa nella “cultura selettiva rimasta nei docenti”, che spingerebbe a cercare “scorciatoie per arrivare rapidamente al traguardo” (in altre parole: se non si bocciasse, sarebbe meno utile copiare). Ma la realtà è ben diversa: come ha dimostrato Marcello Dei nel libro Ragazzi si copia - A lezione di imbroglio nella scuola italiana, lo si fa perché il copiare non è abbastanza stigmatizzato e tanto meno punito; e perché non pochi colleghi chiudono occhi e orecchi, quando non si rendono complici attivi dell’imbroglio. Altro che mentalità selettiva: è la sagra del buonismo che si infischia del merito e della perdita di credibilità del sistema scolastico. Don Milani certo non immaginava che gli esami di oggi sarebbero stati spesso simili a quelli auspicati – ma solo per i ragazzi di Barbiana – in chiusura della Lettera a una professoressa. A pagina 111 infatti si legge che alle superiori la selezione è doverosa (“Qui si costruiscono cittadini specializzati al servizio degli altri. Si vogliono sicuri.”). Ma a pagina 139 la musica cambia:
 “Ci sarà bene in qualche istituto magistrale qualcuno che ci scriverà: «Cari ragazzi, quelli di voi che vogliono essere maestri venite a dar gli esami quaggiù. Ho un gruppo di colleghi pronti a chiudere due occhi per voi»”.

Un saluto cordiale,
Giorgio Ragazzini

[1] Analisi dei dati PISA 2012, focus 4 e 32.