domenica 15 gennaio 2017

UN FURBO, TANTI FURBI

(“Corriere Fiorentino”, 15 gennaio 2017)
Che i diritti dei lavoratori  debbano essere salvaguardati è fuor di dubbio, come è fuor di dubbio che i dipendenti del pubblico impiego abbiano qualche tutela in più rispetto a quelli del privato. Lo dimostra la lettera di una preside di una scuola padovana, pubblicata dal Corriere, sul docente assente dall’ inizio dell’anno scolastico che ha ripreso servizio per un solo giorno alla vigilia delle vacanze di Natale in modo da assicurarsi il pieno stipendio, per poi riprendere subito la strada di casa. Il docente si è avvalso di un diritto che la legge gli riconosce, quello che mi stupisce è che tutto ciò sia diventato un caso nazionale, visto che tali comportamenti rappresentano (ahimé) una prassi consolidata negli anni, di cui si fa grande uso e abuso, in particolare quest'anno. Ma vi sono altri diritti di cui c'è il sospetto che si abusi in modo incontrollato. Uno di questi è legato alla Legge 104. Accade infatti che suoceri, genitori, anziane zie e  nonni  invalidi siano dati in "carico" a parenti che lavorano in località lontane dalla loro residenza e questo malgrado del nucleo facciano parte altre persone che lavorano e vivono vicino al parente invalido. Emblematico quanto mi accadde un paio di anni fa a proposito di un giovane supplente annuale con genitori più o meno della mia età e con altri fratelli maggiori occupati, che tuttavia aveva la responsabilità di  farsi proprio lui carico del nonno. Denunciai il caso e non so come sia andata a finire: il docente a quel punto si ammalò senza riprendere servizio. Altre volte accade  di non poter  verificare se il servizio  dichiarato dal nuovo arrivato sia o meno veritiero. Mi è capitato di  individuare e denunciare dichiarazioni di servizio fasulle e certificate da scuole del tutto inesistenti. E succede perfino che sia impossibile far effettuare, in caso di malattia, le opportune e obbligatorie visite fiscali, con motivazioni degne di una commedia di De Filippo: “Non si trova il numero civico” (dopo quattro visite  non andate a buon fine, ma certamente costate all’erario, mi è toccato inviare a una Asl campana un’immagine da Google maps a riprova che un certo indirizzo esisteva). Intanto a pagare per questi comportamenti sono gli studenti. Ma pagano altresì i tanti docenti, bidelli e impiegati che lavorano con responsabilità e capacità spesso che si sentano mortificati per certe  abitudini che agli occhi di molti italiani appaiono quale  espressione di furbizia anziché di disonesto parassitismo. Vanno quindi eliminate una serie di norme lassiste e poi fatte valere quelle nuove. Cosa per niente facile, se il rispetto delle regole è visto spesso  anche da chi dovrebbe garantirlo come una sorta di limite democratico, anziché l’espressione più alta della democrazia.
Valerio Vagnoli

NEL DECRETO SULLA VALUTAZIONE UNA VITTORIA DEL BUON SENSO

Come molti già sapranno, il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri otto decreti attuativi della legge 107, tra cui quello sulla valutazione, che nelle anticipazioni di ottobre doveva contenere tra l’altro: l’abolizione delle ripetenze nella scuola primaria, un’ulteriore restrizione delle medesime anche nella scuola media (dove già sono molto rare), l’abolizione dei voti nel primo ciclo, da sostituirsi con le lettere dalla A alla E, le commissioni d’esame tutte interne nell’esame conclusivo del secondo ciclo. Di qui una lettera che inviammo al Presidente del Consiglio, e una sollecitazione ai colleghi perché scrivessero sia a Renzi sia al Ministro dell’istruzione. Raccogliemmo anche l’invito rivoltoci dalla responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi a fare proposte migliorative e ne parlammo con lei in un incontro al Senato. Oggi dobbiamo dare atto al governo e alla nuova ministra Fedeli di aver fatto prevalere il buon senso. Almeno nelle anticipazioni dei propositi elencati più sopra resta assai poco. Dei cambiamenti previsti è rimasto uno snellimento degli esami di terza media e di quelli finali delle superiori, nei quali si aumenta anche il peso dell’andamento scolastico negli anni precedenti. Vedremo quale sarà la formula definitiva dopo l’esame del parlamento. Tra l’altro in un’intervista la Ministra è rimasta nel vago sulle commissioni, anche se nel decreto rimangono i commissari esterni. Una cosa è certa: quale che sia la strutturazione degli esami, il loro connotato essenziale deve essere la serietà, che includa anche un intransigente contrasto alla pratica del copiare. Attendiamo i testi integrali dei decreti, tra i quali con particolare interesse (ma anche con qualche scetticismo) quello che riguarda la formazione e l’istruzione professionale. Per il momento dobbiamo accontentarci delle schede pubblicate dal Miur. (GR) 

venerdì 6 gennaio 2017

DOVEROSE INTEGRAZIONI AL DOVEROSO ELOGIO DEL LINGUISTA DE MAURO

È giusto che in queste ore si riconoscano a Tullio De Mauro i suoi grandi meriti di studioso. Ma si devono anche ricordare non poche prese di posizione sbagliate in tema di scuola. La più nota è forse quella che riguardava “la nefasta usanza dei ‘temi’: una cancrena da cui la scuola italiana stenta a liberarsi.” Nella sua rubrica Le parole e i fatti su “Paese Sera” (siamo negli anni ’70), De Mauro si ricollegava a una lunga serie di critici di questa tipologia di testo, elencandone le caratteristiche negative: il privilegiare “lo scrivere lungo rispetto allo scrivere breve”, “lo scrivere rispetto al parlare” e “alla capacità di capire a volo, leggendo e ascoltando”. Ma “quel che soprattutto offende nella turpe e sciagurata pratica viziosa dei temi – concludeva – è che si pretende che il linguaggio giri a vuoto, nel vuoto di cose reali da dire”. L’aspetto da respingere di questa analisi non risiede certo nell’indicare i limiti di questa pratica e tanto meno nel contestarne l'uso esclusivo come verifica delle abilità linguistiche, ma nella violenza verbale con cui viene espressa e nel carattere indiscriminato dell’accusa: possibile, ad esempio, che tutte senza eccezione le migliaia di tracce di temi dettate nelle scuole italiane inducessero all’insincerità e alla vuotaggine? È questo soprattutto che ne fa una presa di posizione fortemente ideologica più che un’utile e costruttiva riflessione. Con la conseguenza che molti insegnanti hanno a lungo fatto esercitare gli allievi sui soli testi “utili” come il verbale e la relazione e che oggi ci ritroviamo esami di Stato basati sull’articolo di giornale e sul “saggio breve”, che presuppongono abilità molto raffinate se si vuole evitare la scopiazzatura dai  documenti allegati o le più trite banalità.
Ma ancora di più pesa il pregiudizio ideologico nel modo in cui De Mauro parla di ortografia negli stessi anni, nei quali caldeggiava il “ribaltamento in senso democratico dell’insegnamento della pedagogia linguistica tradizionale”, che “fin nell’insegnamento ‘innocente’ dell’ortografia […] obbedisce ad un disegno che è un disegno politico, obbedisce cioè al disegno di verificare il grado di conformazione dei ragazzi che passano nelle scuole ai modi linguistici delle classi dominanti”. E ancora: “Cose innocenti come le scempie e le doppie, scrivere o non scrivere provincie con la ‘i’ […] sono portatori [sic] di un virus molto pericoloso. È il virus che uccide spesso irrimediabilmente la capacità di parlare liberamente […] ma spinge a cercare di essere graditi ai rappresentanti delle classi dominanti, essere omogenei in tutto, fin nei punti negli [sic] “i”, a ciò che essi desiderano[1]
Non so se De Mauro abbia poi ripudiato queste affermazioni da libretto rosso maoista. È certo però che ancora nel 2001 usò toni non molto diversi (ed era Ministro della Pubblica Istruzione!) a commento del famoso articolo di Mario Pirani Professori, tornate al sette in condotta. Alla domanda se fosse d’accordo su quella proposta, rispose: "Come no? Ma ad alcune condizioni: il ripristino del primo Gabinetto Mussolini, e se venissero garantiti 20 anni di dittatura, il ritorno alle elementari di quel tempo quando un quarto dei bambini arrivava alla quinta elementare e il 10 per cento dei giovani si iscriveva alle scuole superiori. Se l'Italia tornasse ad essere il Paese in cui il 70 per cento del reddito proveniva dall'agricoltura. Se chiudessero buona parte dei giornali, se venissero sospese le trasmissioni televisive e ripristinata l'Eiar e tutti andassimo a piazza Venezia. Il sette in condotta faceva corpo con questa visione dello Stato. Faceva corpo con le punizioni fisiche" (“La Repubblica”, 25 gennaio 2001). Superfluo commentare.
Di recente, infine, ha dato corda alla demonizzazione della “lezione frontale” (un genere che lui stesso ha praticato estesamente davanti alle più varie platee), in occasione del suo dichiarato sostegno alla metodologia dell’ “insegnamento capovolto”, in cui prima gli allievi leggono in rete i materiali didattici indicati dal docente, per poi discuterne in classe sotto la guida del docente-tutor. «Il nuovo metodo – dice De Mauro – consente di abbattere i totem dell’istruzione, dei veri feticci: il prof in cattedra per la lezione frontale, a raccontare cose che lui o altri hanno scritto in un libro con più esattezza; la verifica orale, in cui uno o due rispondono alle domande e gli altri fanno quello che vogliono; e il manuale, una statua sacra». Invece la classe rovesciata è «uno strumento nuovo e potente per facilitare l’interazione e l’insegnamento personalizzato, evitando grandi perdite di tempo», sostiene De Mauro (“Corriere della Sera”, 13 febbraio 2015).
Sui metodi è opportuno in conclusione invitare ancora una volta a adottare, laicamente, l’atteggiamento più rispettoso e produttivo: quello per cui non devono esistere nella didattica né totem, né tabù, in altre parole né metodi a cui si attribuiscono poteri salvifici, né metodi interdetti come causa di ogni male. Ciascun insegnante ha il dovere di aggiornarsi sui vari approcci possibili, ma anche il diritto di scegliere quelli che più ritiene via via utili, alternandoli a seconda dei momenti, del tipo di allievi e dei suggerimenti forniti dall’esperienza. E dovrebbe essere ovvio, per l’esperienza che tutti abbiamo avuto ascoltando i più diversi oratori, che la lezione definita “frontale” quasi a evocare uno scontro può essere noiosa o interessantissima, inutile o illuminante a seconda della preparazione e delle capacità comunicative di chi parla.
Giorgio Ragazzini

[1] (Relazione introduttiva a Ricerche e proposte per la società e la scuola, di Autori vari, De Donato, 1977, citata in Galli Della Loggia, Credere, tradire, vivere, 2016, Il Mulino).

giovedì 5 gennaio 2017

QUEL MIRINO ILLIBERALE

Non sarebbe proprio ammissibile che con la fine delle vacanze il grave attentato alla libreria "Il Bargello" passasse nel dimenticatoio. Non solo perché un poliziotto rimarrà per tutta la vita menomato per aver tutelato, alla fine della sua nottata di lavoro, la nostra sicurezza, ma anche perché l’attentato era indirizzato a una libreria. Ci sono dei luoghi, ed è penoso doverlo ricordare in un Paese nato dalla Resistenza, verso i quali la violenza appare particolarmente ripugnante; e tra questi vi sono senza dubbio le librerie. Quando si colpisce uno di questi luoghi ci troviamo sicuramente di fronte a ideologie di stampo totalitario, qualunque sia la sigla o il gruppo che rivendica l’atto terroristico.
 Fino a oggi ignoravo l’esistenza della libreria Il Bargello e immagino che la scelta del nome, più che richiamarsi al Palazzo omonimo di via Ghibellina, si ricolleghi invece alla rivista che con quel nome si pubblicò per oltre vent’anni a Firenze e che chiuse le pubblicazioni nel 1943. Al Bargello collaborarono intellettuali fascisti, ma anche personalità come Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti, Maccari, Pratolini, Rosai e Bargellini, spesso non allineati col regime e non a caso dopo il ‘43 destinati a rappresentare con convinzione istanze di chiaro antifascismo. E questo a conferma che gli uomini, compresi gli intellettuali, non sempre sono riconducibili a schemi rigidi e definitivi; schemi che invece sono rigidamente acritici in chi crede fanaticamente di incarnare certezze e valori unici e «superiori», sentendosi così legittimato a colpire chi la pensa diversamente.
Una libreria, qualunque sia l’orientamento culturale e politico che essa rappresenta, è comunque un luogo in cui si ritiene di rendere pubblico quel pensiero, come la Costituzione garantisce a chiunque di poter fare. Farla saltare in aria, mettendo anche a rischio la vita di altre persone, non è solo un atto di vigliaccheria, ma un atto ideologicamente ben definito e in ogni caso davvero «fascista». Peraltro di un fascismo assai diverso e verrebbe da dire molto peggiore di quello, per esempio, cantato da Ezra Pound (altro nome a cui è legato il movimento vicino alla libreria colpita) che fino alla fine rivendicò, anche attraverso testi poetici di rara bellezza, le sue scelte, ahimè, disperatamente fasciste. Quanto accaduto nella notte del primo gennaio in via Leonardo da Vinci viene quindi da definirlo proprio un fatto di “cronaca nera”, su cui sarebbe auspicabile non passare oltre senza riflettere. Innanzitutto nelle scuole, ricordando ai ragazzi che quanto affermava Voltaire (“Non condivido nulla di quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire”) rappresenta uno dei più nobili principi ispiratori della nostra Costituzione e che per affermare questo diritto sono morte milioni di persone combattendo contro dittature di ogni colore. 
Valerio Vagnoli
("Corriere fiorentino", 5 gennaio 2017)

giovedì 29 dicembre 2016

LA CLASSE NEL CARCERE (STUDENTI E DETENUTI)

(“Corriere Fiorentino”, 29 dicembre 2016)

Il reportage di Alessio Gaggioli sul Corriere fiorentino di martedì scorso (Il compagno di banco? Un detenuto) è stato un’immersione profonda dentro la realtà del carcere di Volterra. Una realtà in cui la vita stessa è costretta dentro perimetri scarni e per qualcuno senza speranza di riattraversarli. Vi si svolgono delle lezioni davvero speciali, dove convivono studenti che la sera se ne tornano a casa e altri “studenti” più grandi che non hanno altra casa se non la cella e l'aula scolastica. Singolare coincidenza: pochi giorni fa dopo trentaquattro anni sono tornato nel carcere di Sollicciano per l’intitolazione di un'aula a un amico, un docente davvero speciale morto prematuramente pochi mesi fa. È il carcere dove avevo insegnato nella sezione femminile quando ero poco più di un ragazzo. Oggi si aggiunge a quell'emozione questo reportage struggente che ci ricorda come tutti si può contribuire a cambiare in meglio la vita delle persone, anche dentro le mura di un carcere. E dentro quelle di Volterra la vita può cambiare in meglio anche per gli studenti esterni, quei ragazzi che avevano abbandonato la scuola e che ritrovano ora la loro passione in compagnia dei carcerati dalla vita distrutta per aver distrutto a loro volta e per loro colpa chissà quante altre vite.
Naturalmente le convivenze, anche episodiche, tra detenuti e giovani studenti esterni devono essere costantemente monitorate e sostenute anche sul piano psicologico. Mi spiego meglio: la profonda valenza umana e formativa legata a questa esperienza non deve farci perdere di vista i rischi che dietro essa si possono nascondere. Quasi quarant’anni fa un gruppo giovanile parrocchiale fu autorizzato a condividere momenti del loro tempo libero con i ragazzi del riformatorio in cui insegnavo; e purtroppo accadde che un paio di questi “esterni” prendessero una brutta strada avendo subìto l’influenza di alcuni giovani delinquenti. Certi rischi si possono correre, conoscendo quanto sia a volte totale la disponibilità dei giovani a immedesimarsi nel dolore degli altri, rimanendone poi vittime inconsapevoli. Sono certo che i responsabili del bellissimo progetto del carcere di Volterra hanno messo in conto questa possibilità e che non faranno mancare gli opportuni momenti di riflessione a questi ragazzi.
A parte questo, l'esperienza dimostra quanto sia fondamentale una scuola che educhi al lavoro; e solo chi ha pregiudizi sociali può pensare che il lavoro manuale non valorizzi la sfera dell'intelligenza, che invece si manifesta e si realizza anche attraverso l'esperienza pratica. Chissà quanti ragazzi riusciremmo a preservare dall’insuccesso scolastico se non li umiliassimo costringendoli a frequentare una scuola che non risponde alle loro attitudini. E chissà quanti non finirebbero in carcere se si fosse in grado di dar loro, attraverso il lavoro, una motivazione e una speranza!
Intanto rallegriamoci per questa bella realtà volterrana – e volterriana – e ricordiamoci dei bei versi del Manzoni che ammonivano chi aveva ricevuto “in copia”, cioè in abbondanza, a donare poi con volto amico. I ragazzi che vanno a scuola tra i carcerati ci ricordano, con il Manzoni, che l'abbondanza non è da intendersi soltanto sul piano economico ma anche umano. E questo patrimonio, per fortuna, ancora abbonda dalle nostre parti: anche nei giovani.
Valerio Vagnoli

mercoledì 21 dicembre 2016

BILANCIO DI UNA RIFORMA CONTESTATA

L'analisi di Gaspare Polizzi sul Corriere fiorentino di mercoledì scorso fotografa perfettamente l’esito della politica scolastica attuata dal governo Renzi: una politica che pur imprimendo per certi aspetti una svolta alla scuola italiana (80.000 immissioni in ruolo, alternanza scuola-lavoro, notevoli somme per aggiornamento dei docenti) non ha dato tuttavia i frutti che il governo si attendeva, anche in termini di consenso. Qualsiasi misura ha trovato la netta ostilità, quasi “a prescindere” - verrebbe da dire - da parte del mondo scolastico, in primis dei sindacati, che peraltro non hanno poche responsabilità per la condizione disastrosa della nostra scuola. Ma ciò non annulla le responsabilità di Renzi e in primis del Ministro Giannini. Di fronte a un' immissione in ruolo così massiccia di docenti, molti dirigenti, tra cui chi scrive, avevano segnalato il rischio del caos, come è poi puntualmente avvenuto. Come Gruppo di Firenze abbiamo più volte sottolineato le controindicazioni della scelta di premiare i docenti “migliori”, che avrebbe finito col demotivare altri docenti pur bravi, ma poco interessati ad occuparsi di progetti e di organizzazione della scuola, due dei criteri frequentemente utilizzati per assegnare i “bonus”. A riprova, pochi giorni fa, dopo un collegio dei docenti in un istituto comprensivo che dirigo come reggente e in cui si era parlato del bonus per il merito, sono stato avvicinato in presidenza da una docente che si è lasciata andare a un pianto dirotto, perché a pochi anni dalla pensione non accettava di non comparire nell'elenco dei “premiati”, dopo aver sempre fatto il suo lavoro con passione e, aggiungo io, grande capacità. Molto più produttivo sarebbe invece poter più facilmente sanzionare il demerito, affinché gli insegnanti che fanno il proprio dovere non si vedano trattati come quelli inadeguati. Ma da quest’orecchio il ceto politico non ci sente.
L’alternativa alla scelta “premiale” sarebbe quella di costruire una vera e propria carriera per i docenti, in base a concorsi e analisi dei curriculum per  assegnare ruoli di responsabilità all’interno della scuola e anche al di fuori, con distacchi presso enti di ricerca, o negli uffici periferici dell’amministrazione scolastica o all’università. Distacchi sui quali è particolarmente urgente esigere trasparenza riguardo ai criteri con cui si viene scelti e anche stabilire dei limiti di durata per il distacco, evitando di premiare l’appartenenza politica o sindacale invece del merito. Se la fretta nel voler trasformare il mondo della scuola è stato forse il maggior errore del governo Renzi, il suo maggior merito è stata l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, l’innovazione senz'altro più dirompente degli ultimi decenni, andata a regime in tutte le scuole in virtù di un lavoro paziente, certosino e perfino umile da parte di coloro che al Ministero se ne sono per anni occupati. Non c'è zona del Paese che non sia stata battuta a tappeto per confronti, dibattiti a volte accesi anche rispetto alle responsabilità di parte del mondo imprenditoriale. E c'è da confidare che questa importante novità possa davvero contribuire a cambiare la mentalità di molti giovani che, come diceva anni fa Umberto Eco, dovranno pur decidersi ad ammettere che esiste anche il lavoro manuale.
Valerio Vagnoli
("Corriere Fiorentino", 20 dicembre 2016)

venerdì 9 dicembre 2016

"COSA CHIEDIAMO ALLA SCUOLA OGGI?" UN RICORDO DI GIORGIO ISRAEL

Si è tenuto martedì scorso all’Accademia delle Scienze di Bologna un incontro (intitolato “Cosa chiede la scuola oggi?) in memoria di Giorgio Israel a un anno dalla sua morte, con interventi di Sergio Belardinelli, Angelo Panebianco e Irene Enriquez, oltre che della moglie Ana Millan Gasca. Abbiamo voluto essere presenti, perché Israel è stato senza dubbio un fondamentale punto di riferimento per chi come lui aveva un’idea di scuola lontana dal main stream pedagogico-ministeriale, che tanti guasti ha provocato e tuttora continua a produrre a generazioni di studenti italiani. Con lui abbiamo condiviso molte idee e molte battaglie e l’indignazione che in lui suscitavano le sciagurate politiche scolastiche che, salvo qualche rara eccezione, si perpetuano da un ministro dell’istruzione all’altro.
Angelo Panebianco ha tra l’altro ricordato l’insistere di Israel sulla profonda differenza tra informazione e conoscenza, perché la seconda, a differenza della prima, implica metodo, approfondimento e quella strutturazione logica delle nozioni senza la quale non c’è vera cultura. Controcorrente anche il suo giudizio sui diversi segmenti dell’istruzione. La sua critica, infatti, non si appuntava prevalentemente sulla scuola media, secondo il luogo comune – contraddetto dai dati e dallo stesso Invalsi -  del “buco nero” del sistema istruzione. Era invece la scuola elementare ad aver perso qualità con l’introduzione del modulo e l’abbandono del maestro unico.
Nel suo ricordo di collega, ma soprattutto di carissimo amico, Sergio Belardinelli ha ricordato alcune delle fumisterie didattico-pedagogiche contro cui Israel più frequentemente scagliava i suoi acuminati strali, prima fra tutte l’insensata contrapposizione di conoscenze e competenze, da anni vero e proprio totem del pedagogicamente corretto. Altro oggetto degli strali il mantra imparare a imparare, cioè di un’impossibile autonomia del metodo rispetto agli ambiti disciplinari. La verità è che solo imparando qualcosa si impara a imparare, avendo cioè un oggetto dell’apprendimento a cui dedicare interesse, impegno, lavoro. I contenuti, dunque, le discipline devono rimanere al centro della cultura da trasmettere alle nuove generazioni. Come ha sottolineato Belardinelli, la relazione con gli allievi, se imperniata su un reale coinvolgimento del docente nella sua materia, educa, insegna a vivere, insomma forma anche al di là dello specifico disciplinare senza bisogno di prediche. Una realtà di cui molti possono essere testimoni in base alla loro storia scolastica.
Israel era un uomo di grande cultura, ma – ha ricordato Belardinelli – di fronte alla virale diffusione di queste sciocchezze era solito invocare l’arma del buon senso. Crediamo che la grande maggioranza degli insegnanti sia d’accordo con lui.
Un intervento di Giorgio Israel sul sottosegretario Faraone.

martedì 22 novembre 2016

LA VALUTAZIONE DEI PRESIDI FARÀ AUMENTARE I PROMOSSI. MA NON PER MERITO

Da quest'anno i dirigenti delle scuole saranno sottoposti a una verifica annuale del loro operato. Ognuno di loro ha già presentato agli uffici scolastici provinciali un documento di autovalutazione in cui si elencano le iniziative destinate a migliorare la qualità dell'offerta formativa e di conseguenza l’aumento dei “successi scolastici”. In  base a questo, a ciascun dirigente è stato consegnato un piano, elaborato da una Commissione di ispettori e di docenti distaccati presso gli uffici periferici del Ministero, in cui si indicano quali aspetti debbano essere migliorati all'interno di ciascun Istituto. Un traguardo comune a tutte le scuole è proprio quello di ottenere una consistente  diminuzione del numero dei bocciati. Qualora ciò non avvenga, lo stipendio dei dirigenti verrà decurtato. Uno stipendio, com’è noto, già scandalosamente basso rispetto a responsabilità e  carichi di lavoro sconosciuti a tutti gli altri dirigenti statali, che tuttavia hanno stipendi assai più generosi. C'è quindi da aspettarsi  senz’altro un vistoso aumento dei promossi, che  probabilmente avverrà, visti gli interessi in gioco, indipendentemente dalle strategie messe in atto per raggiungerlo e da un effettivo progresso negli apprendimenti. Che la scuola italiana sia nel complesso propensa a una seria valutazione del merito pochi lo credono; e le bocciature, dalle percentuali effettivamente drammatiche soprattutto nelle scuole professionali, sono in gran parte dovute, piuttosto che a un’eccessiva severità dei docenti, a un sistema scolastico che da decenni non risponde alle reali esigenze formative degli studenti. Valga quale esempio il numero esagerato, e privo di qualsiasi logica pedagogica, delle materie nei tecnici e nei professionali. Entrambi questi indirizzi risultano infatti, da decenni, del tutto snaturati rispetto alle loro finalità e alle reali vocazioni di chi li sceglie.
Ma tornando al raggiungimento degli obiettivi che il ministero propone, vale la pena di ricordare come i successi o gli insuccessi scolastici siano innanzitutto determinati dalla qualità dei docenti e in primo luogo, ovviamente,  dalla loro presenza o meno a scuola. Invece, a oltre due mesi dall'inizio dell'anno scolastico, intere classi non hanno ancora conosciuto molti dei loro insegnanti (quelli che ora piano piano stanno arrivando perché finalmente chiamati direttamente dalle scuole, sono  peraltro precari e forse ancora destinati a essere rimossi); e di tutto ciò non sappiamo affatto di chi sia la responsabilità. Gli addetti ai lavori sanno quanto sia determinante, ai fini dei risultati finali degli allievi, improntare fin dai primi di giorni il lavoro scolastico alla serietà e alla buona organizzazione. Per i ragazzi, infatti,  gli insegnanti sono dei punti di riferimento fondamentali sia sul piano dei contenuti e della metodologia che su quello comportamentale. Ma molti professori, come abbiamo visto, ancora mancano. Ben venga la valutazione dei dirigenti, ma sarà possibile valutare e  magari anche conoscere i nomi di  coloro che hanno la responsabilità di questo disastroso inizio di anno scolastico? Un disastro che a memoria del sottoscritto non ha assolutamente dei precedenti. Di fronte a questa situazione molti ragazzi, soprattutto delle prime classi, si stanno già "perdendo" e alla fine  c'è da aspettarsi che solo la falsificazione della realtà consentirà di aumentare le promozioni e di non tagliare i già bassi stipendi dei presidi. 
Valerio Vagnoli 
("Corriere Fiorentino")

lunedì 24 ottobre 2016

NO ALLA SCUOLA FACILE CONTRO IL MERITO E LA RESPONSABILITÀ

Scriviamo al Presidente del Consiglio e al Ministro Giannini per fermare il decreto sulla valutazione
Vedrà tra non molto la luce il decreto legislativo sulla valutazione, i cui  punti essenziali sono stati anticipati di recente. In poche parole avanti tutta col principio base della pedagogia ministeriale:  rendere tutto più facile, evitare agli alunni verifiche serie e eliminare ogni timore che l’assenza di impegno comporti conseguenze negative.  In sintesi:
- Abolizione del voto numerico nel primo ciclo e ritorno alla gloriose letterine A, B, C, D, E, facendo però in modo, come riferisce “Il Sole 24 Ore, di “scongiurare la traduzione automatica delle lettere in numeri (si annunciano nuove griglie e criteri di valutazione). Ovviamente  saranno gli alunni stessi a chiedere ai docenti: “B vuol dire 8?”. Lo scopo: “Evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso. L’idea è quella di lavorare insieme [?] ad una valutazione ‘per l’apprendimento’ e non ‘dell’apprendimento’ ”. Si fa passare l’idea che gli insegnanti del primo ciclo siano finora stati semplici notai dei risultati ottenuti, senza nessuna preoccupazione o strategia per motivare gli allievi e farne emergere le potenzialità. Inoltre la valutazione “per l’apprendimento” (o formativa) si può fare benissimo anche con i voti, mentre quella “dell’apprendimento” (o sommativa) è doppiamente necessaria: serve per dare un’informazione sintetica e non camuffata all’allievo e per certificarne gli apprendimenti, come impone il valore legale del titolo di studio.
- Abolizione delle bocciature nella scuola primaria. Si è trattato finora di casi talmente rari, che si stenta a trovare dei dati in proposito. In Emilia siamo intorno al 2 per mille. Al Ministero sono proprio  sicuri che in questi pochissimi casi non sia stata la decisione migliore per i bambini, del resto in genere condivisa con i genitori? E non suggerisce il buon senso che anche la remota possibilità di non essere ammessi può aiutare gli alunni pigri o scarsamente motivati a impegnarsi di più? Nella scuola media, invece, le bocciature saranno consentite solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise alla leggera.
- Semplificazione (leggi “facilitazione”) degli esami di Stato. Negli ultimi anni  si è spesso menato scandalo per le cinque prove scritte dell’esame di terza media. Troppo faticose per i poveri preadolescenti (notoriamente a corto di energie). E dunque si faranno due soli scritti, di cui uno “in ambito linguistico” che potrà includere una parte in lingua straniera (sic!), la seconda di tipo logico-matematico. Il colloquio “dovrà uscire dai semplici canoni nozionistici e disciplinari” (ce lo sentiamo ripetere da almeno quarant’anni) e dovrà accertare il possesso anche “delle indispensabili competenze trasversali”. Ciliegina: via il presidente esterno delle commissioni, così si fa tutto in famiglia. E, con lodevole coerenza, negli esami ex di maturità tornerebbero le commissioni tutte interne, e sarà eliminata la terza prova.
C’è infine da scommettere che il voto di condotta non uscirà indenne dal “riformismo” di  Stefania Giannini e del lodatore delle occupazioni Faraone. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di parlarne. Un cambiamento avvolto nell’opaca antilingua ministeriale: “Il comportamento sarà valutato sulla base di indicatori relativi allo sviluppo delle competenze personali, sociali e di cittadinanza". Rimarrà la possibilità di ripetere l'anno con il 5 in condotta per gravi o ripetuti comportamenti scorretti?
Di fronte alla crescente egemonia del facilismo quale via alla scuola “inclusiva”, che è in realtà escludente dei ragazzi socialmente svantaggiati, dobbiamo ancora una volta tentare qualcosa. Nei giorni scorsi ci siamo rivolti al presidente Renzi e al ministro Giannini. Ma difficilmente basterà. Proponiamo quindi a tutti coloro che ritengono necessaria una scuola più qualificata, cioè anche più esigente, di inviare brevi (civili) messaggi al Presidente Renzi, alla Ministra Giannini e al sottosegretario Faraone. Con preghiera di mandare anche a noi il vostro messaggio aggiungendo il nostro indirizzo in copia nascosta (sigla "ccn" a sinistra dello spazio in basso per gli indirizzi). Ciascuno lo scriva come meglio crede: può essere un sintetico “Sono contrario all’annunciato decreto sulla valutazione” oppure una presa di posizione più argomentata. Ma la pluriennale deriva deresponsabilizzante è troppo grave per non avvertire l’esigenza di far sentire la propria voce. Scrivendo e facendo circolare il più possibile questa proposta. Seguiamo la massima kantiana “Fai quello che devi, accada quel che può”.  
INDIRIZZI DI POSTA: 

venerdì 21 ottobre 2016

DOPO LA LETTERA A RENZI SU VOTI, ESAMI E RIPETENZE. CONFRONTO DI OPINIONI SUL "CORRIERE FIORENTINO"

Fa discutere la lettera aperta di alcuni prof a Renzi, pubblicata ieri dal "Corriere Fiorentino", sul merito a rischio col decreto che riduce le bocciature. Le ragioni di favorevoli e contrari.


EDITORIALE: SE OBAMA FA SCUOLA

di Gaspare Polizzi

Ieri alcuni rappresentanti del «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità» hanno inviato da questo giornale un appello a Renzi in vista dell’emanazione del decreto legislativo sulla valutazione scolastica. Il decreto sembrerebbe abbassare i requisiti di impegno richiesti agli studenti. Se ne dovrebbe discutere nel merito. Vorrei qui sottolineare un punto della lettera che ritengo centrale. Il richiamo al «contributo di responsabilità e impegno degli allievi», che riecheggia una nota frase di Obama: «Possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità». Gli studenti, i giovani, non sono tutti uguali. All’Alberghiero Saffi un’attenta platea di studenti maggiorenni ha ascoltato Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti costituzionalisti, spiegare le ragioni del «No» e del «Sì». «Abbiamo capito che bisogna leggere un po’ più cose per essere in grado di dare questo voto». Una bella lezione di educazione civica. Un esempio da diffondere, che dimostra come si possa discutere con attenzione del referendum costituzionale, senza insultarsi a vicenda. Al Machiavelli Capponi e al Galileo gruppi minoritari di studenti hanno messo in scena la solita vecchia farsa delle occupazioni, senza rispettare il costituzionale diritto allo studio e il democratico volere della maggioranza, e infrangendo senza remore la legalità. Gli occupanti hanno attirato per qualche giorno l’attenzione dei media e hanno ricevuto dichiarazioni di disponibilità di alcuni amministratori e politici. A «Leggere per non dimenticare» Anna Benedetti ha presentato un saggio di Filippo La Porta, Indaffarati, che si distingue dal ben noto Sdraiati di Michele Serra, perché coglie il chiaroscuro nelle nuove generazioni. Giovani da un lato abulici, «sdraiati», disinteressati a ogni impegno culturale. Dall’altro pieni di passione per le cause che li coinvolgono, per il volontariato, per cooperare e condividere le proprie esperienze di vita, e sempre «indaffarati» in tante attività.

«LASCIATE I VOTI E LE BOCCIATURE» FA DISCUTERE L’APPELLO A RENZI

     di Lisa Baracchi

Voti e bocciature, è il caso di abolirli? Tra gli insegnanti e i presidi c’è chi fa una distinzione forte tra la primaria e le altre scuole, c’è chi li concepisce solo vincolati a precisi criteri condivisi. Ma un concetto esce da ogni riflessione: voti e bocciature non possono essere considerati punizioni, solo strumenti di formazione. Dopo la lettera indirizzata al premier Renzi, pubblicata ieri su Corriere Fiorentino, scritta dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e delle responsabilità», il dibattito è aperto, in vista del decreto legislativo sulla valutazione. «Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica», scrivono il dirigente dell’alberghiero Saffi Valerio Vagnoli e altri docenti fiorentini.
La pensa come loro Gianni Camici, presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi: «Non mi sembra ragionevole togliere le bocciature, che alla scuola primaria, ma anche secondaria di primo grado sono solo una possibilità residuale. Il voto lo considero un fattore di chiarezza, certo deve essere dato secondo criteri spiegati e condivisi».
Viene invece considerato troppo sintetico e riduttivo il voto numerico alle scuole primarie all’istituto Ghiberti, come spiega la preside Annalisa Savino e la stessa riflessione la fa Lucia Bacci dell’istituto comprensivo Compagni Carducci: «Alla scuola primaria il voto non è formativo, i risultati negativi possono generare sfiducia, nuocere all’autostima. Diverso è il discorso alla medie dove gli studenti hanno un’età tale da comprendere che il voto serve a evidenziare i punti critici, che va inteso come auto consapevolezza sul metodo di studio, in vista delle superiori».
E se il voto numerico non fosse che una «tradizione» comprensibile a tutti? Alessandro Bussotti preside dell’istituto comprensivo Poliziano aggiunge: «È soprattutto il frutto di un lavoro sui criteri condivisi dai docenti di quella materia e dai docenti dell’istituto, deve essere chiaro cosa significa avere un 6 o un 8». Riflette sulla possibilità di includere in una valutazione anche il progresso fatto il preside del Marco Polo, Ludovico Arte: «L’essere arrivato da un 4 a un 6 ha un significato diverso dell’essere rimasti a 6 anche se il voto sarà lo stesso», dice il dirigente che si trova d’accordo con una abolizione anche più estesa delle bocciature: «Alla fine del percorso lo studente potrebbe avere un certificato che indichi solo quali competenze ha raggiunto».
Interviene nel dibattito aperto dal «Gruppo di Firenze» anche il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi contrario alla logica del sei politico come anche all’abolizione per legge delle bocciature. «Lettere o numeri, non fa molta differenza, quello che conta è la “sensibilità” del contesto scolastico e il buon senso degli insegnanti, ma un appello al buon senso deve essere indirizzato anche ai genitori: non si può essere sempre sindacalisti e avvocati in difesa dei nostri figli. Renzi ha ragione quando richiama al rispetto per il ruolo degli insegnanti».
A difendere il decreto legislativo a cui si riferisce il «Gruppo di Firenze» è la senatrice Francesca Puglisi, responsabile della commissione scuola del Pd: «Non si intende ridurre a un “proforma” i momenti di verifica scolastica. Anzi, crediamo che la valutazione debba essere un momento di formazione di ciascuno studente». Ma la valutazione «deve attestare i livelli di conoscenza raggiunti senza limitarsi a “registrare” i successi o gli insuccessi». Puglisi attribuisce la perdita del rispetto sociale per gli insegnanti anche ai messaggi sbagliati dati in passato «in pasto» all’opinione pubblica. «Ricordate? “Con la cultura non si mangia”, “Signorina, sposi un uomo ricco e sarà felice”, gli “insegnanti fannulloni” — continua Puglisi. Matteo Renzi, nel recente viaggio a Washington, ha voluto portare con sé le eccellenze italiane per dimostrare ai nostri ragazzi che con l’impegno rigoroso e la fatica nulla è impossibile». Infine l’invito: «Il decreto legislativo non è ancora chiuso — dice la senatrice — aspettiamo anche la proposta del “Gruppo di Firenze” per migliorarlo».

«HO RIPETUTO L’ANNO, ME LO MERITAVO E MI RIMISI IN RIGA»

di Giulio Gori

«Sono stato bocciato in terza liceo. Ma anche se sul momento pensai che era stata colpa dei professori brutti e cattivi, ovviamente me lo ero meritato». Il giornalista fiorentino Nicola Remisceg sorride al ricordo di quella bocciatura, cui andò incontro quando studiava al liceo scientifico Gramsci, in via del Mezzetta. E oggi, a distanza di molti anni, con due figli al liceo, l’autore e videomaker del programma televisivo Le Iene ripensa a quell’episodio e ammette che una parte del suo successo è nata proprio da lì. Fu una bocciatura giusta?
«La presi male, ma i miei professori fecero bene: non studiavo, anzi non avevo mai studiato, e in terza fu un po’ l’anno clou. A maggio smisi persino di andare a scuola. Poi quello stop mi è tornato utile». Come?
«Il giramento di scatole nel vedere i miei ex compagni che andavano avanti, mentre io restavo indietro, mi ha messo fretta: mi sono messo in riga ed è stato tutto più facile, mi sono diplomato senza problemi». Dopo il diploma, è arrivata anche la laurea.
«Sì, in antropologia culturale. Ma c’è un altro aspetto: quando ripetei la terza, per un anno campai di rendita, in classe si facevano tutte cose che avevo già sentito. E avevo più tempo. Fu allora che cominciai a divertirmi facendo i miei primi video, le mie prime video storie. Lì è nata quella passione…».
Una bocciatura come trampolino di lancio, per arrivare fino a Le Iene… «Non è comunque bello perdere un anno, specialmente a quell’età. All’università è più facile, lo assorbi meglio. Ne avrei fatto volentieri a meno». E oggi è ancora giusto bocciare?
«Io ho due figli che vanno al liceo, non auguro loro di fare la mia stessa fine. D’altronde hanno risultati un po’ altalenanti, ma vanno benino. Non dovrebbero essere a rischio, o almeno lo spero».
La politica ora si interroga sull’opportunità di eliminare la bocciatura. Non è la strada da prendere?
«Sarebbe sbagliato eliminare le bocciature: quando inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti; se non lo fai, è normale che tu debba ripartire dal punto di partenza. È così che funziona nella vita».
E se i figli si lamentano degli insegnanti, di chi è giusto prendere le parti?
«Del professore, sempre. Io sono figlio di una maestra, che viene da una dinastia di maestre: ho imparato che l’insegnante va rispettato, ho visto la passione che ci metteva, lei, le sue sorelle, mia nonna... E se un professore ti dà un 4 vuol dire che te lo sei meritato».
Quando inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti, se non lo fai è normale che tu debba ripartire dal via. È la vita.

«MEGLIO CAMBIARE, CONTA IL LEGAME TRA PRIMI E ULTIMI»

di Carmela Adinolfi

Nevio Santini, 68 anni, è un ex allievo di don Lorenzo Milani. Uno di quei tanti ragazzi che a partire dagli anni ‘50 animarono e si formarono alla scuola di Barbiana. La scuola dell’«I care», tradotto del «Mi sta a cuore»: il motto che contraddistingue quell’esperienza didattica e pedagogica, nata e maturata a Vicchio, nel Mugello, dove don Milani arrivò nel 1954. Una scuola dove al posto dei compiti c’era la scrittura collettiva, dove invece delle punizioni e della bocciature ci si allenava al dialogo.
Santini, alcuni docenti fiorentini hanno fatto appello, dalle pagine del Corriere Fiorentino al presidente del Consiglio Matteo Renzi affinché riveda le misure — abolizione alle primarie e riduzione alle medie delle bocciature, un numero minore di prove finali — previste nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.
«Peccato. Io per ora vedo di buon occhio questo decreto. Mi sembra un passo, il primo, verso un modello di scuola diverso».
Presidi e professori sostengono che eliminando i voti e la possibilità di bocciare si fa un danno sia ai ragazzi che ai docenti.
«Perché hanno una concezione sbagliata della bocciatura. Basta cambiare paradigma. Ogni volta che si boccia un ragazzo non si compie un atto negativo solo nei confronti del destinatario del provvedimento ma del gruppo classe all’interno del quale è inserito». Cosa intende?
«Vede, la missione di ogni insegnante, così come lo intendeva don Milani, non è preoccuparsi del primo ma dell’ultimo e insegnare al primo della classe — il secchione lo chiameremo oggi — ad aiutare il compagno che è rimasto indietro. Bocciandolo, il professore non permette ai ragazzi di comprendere il valore dell’aiuto reciproco».
La bocciatura impedisce di misurarsi con il valore della solidarietà?
«Sì, in sostanza è così. Agli svogliati devi dare uno scopo, così vedrai che si appassionano, ripeteva don Milani». Quindi non è un metodo educativo? «No, affatto».
In una scuola che spesso si trova a dover gestire le ingerenze dei genitori e le sentenze della magistratura, alcuni docenti pensano che questo decreto possa contribuire a deresponsabilizzare i ragazzi. È un pericolo reale?
«No, non credo. È vero che la scuola è cambiata. E insieme ad essa i rapporti tra insegnanti e genitori. Ma i ragazzi, in fondo, sono sempre gli stessi. I professori devono agire pensando di avere davanti delle anime a cui mostrare il mondo. Un po’ come faceva il don Lorenzo».
La missione di ogni insegnante, come diceva don Milani, è insegnare al primo ad aiutare chi è rimasto indietro.

giovedì 20 ottobre 2016

LETTERA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: SCUOLA PIÙ FACILE O SCUOLA PIÙ SERIA?


 Possiamo avere gli insegnanti più appassionati,
i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta
se voi non tenete fede alle vostre responsabilità.
(Barack Obama agli studenti americani)
Gentile Presidente Renzi,
come insegnanti e come cittadini sentiamo la responsabilità e l’urgenza di scriverle su un’importante questione riguardante la scuola, il cui buon funzionamento, come Lei ha spesso sottolineato, è decisivo per il futuro del Paese.
Di recente sono stati anticipati i punti più importanti del decreto legislativo sulla valutazione. Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica. In sintesi si prevede:
-    l’abolizione delle bocciature nella scuola primaria, oggi rarissime (forse il 2 per mille) e sicuramente ben ponderate nell’interesse del bambino, anche perché consentite solo con l’unanimità del Consiglio di classe. Nella scuola media saranno possibili solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise a cuor leggero.
-    la riduzione del numero di prove scritte nei due esami di Stato: da cinque a due in terza media, da tre a due nell’esame di  “Maturità”;  per il quale  si ipotizza anche il ritorno alle commissioni tutte interne;
-    l’abolizione del voto numerico in tutto il primo ciclo e il ritorno alle mai rimpiante lettere, per “evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso di ogni giovane allievo”. Dove si fa passare l’idea che gli insegnanti si siano comportati finora come notai, non interessati  a incoraggiare e a valorizzare gli allievi.
Nell’ultima puntata di “Politics” su Raitre, Lei ha giustamente affermato che  si è perso il rispetto sociale per la figura degli insegnanti. Di conseguenza si è indebolita agli occhi degli studenti la loro autorevolezza, essenziale per la relazione didattica e educativa. Questa svalutazione è testimoniata dalla sempre più aggressiva interferenza di molti genitori nelle questioni di competenza dei docenti, così come da molte sentenze della magistratura, che spesso appare pregiudizialmente dalla parte degli studenti e delle loro famiglie, a sostegno di rivendicazioni di ogni tipo, anche prive di fondamento. È una deriva che si deve anche a documenti ministeriali e dichiarazioni di pedagogisti che in modo ideologico e semplicistico addebitano agli insegnanti la responsabilità di qualunque insuccesso scolastico. Manca sempre, e il testo di questo decreto non fa eccezione, un qualsiasi richiamo al contributo di responsabilità e di impegno degli allievi, senza di cui non c’è possibilità di vero “successo formativo”. In altre parole manca la consapevolezza che se la scuola vuole essere un “ascensore sociale” per i ragazzi economicamente e culturalmente svantaggiati, è indispensabile che sia seria e rigorosa sia sul piano didattico che su quello educativo.
Negli ultimi anni abbiamo spesso letto e commentato con i nostri allievi lo splendido discorso che il Presidente Obama rivolse agli studenti americani nel settembre del 2009, in occasione del primo giorno di scuola, e il cui senso può essere riassunto dalla frase in esergo. Ci piacerebbe molto che gli studenti italiani potessero finalmente ascoltare parole come queste.
Grazie, Presidente, per la Sua attenzione.

Valerio Vagnoli          Dirigente Scolastico Alberghiero Saffi
Sergio Casprini          Insegnante di Storia dell’arte          
Andrea Ragazzini      Insegnante di Storia dell’arte
Giorgio Ragazzini     Insegnante di Lettere nella scuola media
(“Corriere Fiorentino”, 20 ottobre 2016, p. 1)
  

mercoledì 12 ottobre 2016

CONFRONTO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE DAVANTI AGLI STUDENTI: L’ESEMPIO DEL “SAFFI”

Di fronte a una platea di duecentosettanta studenti dell’Istituto alberghiero “Saffi” di Firenze (quelli maggiorenni che potranno votare il 4 dicembre), i professori Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti studiosi della Costituzione, hanno spiegato le ragioni del “no” (il primo) e quelle del “sì” (il secondo). Con passione, certo, ma neppure una volta utilizzando le armi della faziosità che dominano nel dibattito televisivo e sui “social”: la caricatura, il processo alle intenzioni, il sarcasmo (solo qualche garbata ironia, siamo in Toscana), la denigrazione dell’interlocutore, tanto meno l’insulto. Insomma, una doppia lezione di educazione civica: sulle modifiche alla Costituzione, ma anche su come si può discutere rispettando l’interlocutore. Un esempio che altre scuole potrebbero seguire, anche considerando quello che alcuni dei ragazzi hanno ammesso: di saperne molto poco.
Il servizio sul “Corriere Fiorentino”: http://jmp.sh/Twtu163

domenica 9 ottobre 2016

CHE ERRORE, MINISTRO, UNA SCUOLA CHE SI PIEGA DAVANTI AI VIOLENTI

("Corriere Fiorentino", 9 ottobre 2016)
Gli studenti italiani scesi in strada venerdì scorso agitavano allo stesso tempo, come ha scritto Sabino Cassese, “speranze smisurate e speranze ragionevoli”, facendo non poca confusione tra le une e le altre. I motivi per protestare non mancano in nessun settore della società. In democrazia per fortuna molto è lecito: anche (anzi soprattutto) che protestino delle minoranze estreme (sia chiaro, infatti, che a Firenze ieri l'altro non hanno protestato “gli” studenti: lo ha fatto qualche centinaio di loro, mentre il resto dei loro compagni era a scuola). Quello che non può essere lecito è consentire a esigue minoranze di usare forme di violenza, per le quali non vengono chiamati a rispondere, forse nell’illusione che così non ve ne saranno altre e magari di peggiori. Perciò di anno in anno molti ragazzi costruiscono la loro formazione umana e culturale nella convinzione che tutto sia lecito. Così stando le cose, si consuma l’idea che la democrazia è fatta di diritti, ma anche di doveri; e tra questi quello di rispettare il diritto allo studio, di cui si fanno portavoce anche quelli che tentano di entrare in un liceo sfondandone il portone per interrompere le lezioni e occupare le aule. Da anni però si evita che simili episodi abbiano delle conseguenze per i responsabili; e quando la protesta sfocia in violenza, le autorità, in primis quelle scolastiche, trattengono il fiato in attesa che passi 'a nuttata; o invitano al “dialogo”, che non sempre è un modo per fare chiarezza e per rendere consapevoli i giovani dei loro errori. Talvolta è solo il giunco che si piega in attesa che la piena passi. Probabilmente un pensiero analogo ha ispirato la ministra della Pubblica istruzione, che di fronte alle  manifestazioni e agli atti di violenza ha subito fatto sapere che è pronta a incontrare gli studenti e a dialogare con loro. E questi si saranno a ragione convinti che più non si rispettano le leggi e più aumenta il loro potere contrattuale. Ma cosa vuol far credere la ministra a questi ragazzi? Che forse non conosce quali siano i problemi concreti della scuola italiana e che il loro contributo è importante per meglio individuarli e saperli risolvere? Siamo seri! Inoltre con i giovani, gentile Ministra, si deve sempre essere disponibili, ma solo fintanto che si comportano responsabilmente. Quando ciò non accade e la contrapposizione, salutare e indispensabile alla creazione di futuri cittadini maturi e in grado di pensare con la propria testa, sconfina nella violenza, si deve poter contare su adulti in grado di prendersi le loro responsabilità di educatori e di rappresentanti delle istituzioni che siano in grado, se non di indignarsi, almeno di saper dire dei no decisi ed educativi. Né la risposta può essere quella di una scuola sempre più facile e “comprensiva”. Un ministro della Pubblica Istruzione dovrebbe invece dire ai giovani quanto scrive Maurizio Viroli nel suo ultimo libro. E cioè che “un popolo composto di individui che credono nei diritti, ma non sanno praticare i doveri, non è una comunità di persone libere, ma una moltitudine dove impera la legge del più forte e dove i deboli, quale che sia la ragione della loro debolezza, hanno soltanto il diritto di rassegnarsi a non avere diritti”. Se queste parole, se non proprio le stesse, ma almeno i medesimi concetti avessero ispirato la “pedagogia” di gran parte dei ministri della Pubblica istruzione, forse avremmo un Paese diverso e dei giovani in grado di farci meglio sperare per il loro futuro.

Valerio Vagnoli

mercoledì 5 ottobre 2016

PRESENTATO IL PIANO NAZIONALE PER L’AGGIORNAMENTO. MA GLI INSEGNANTI DOVRANNO SOLO APPRENDERE?

Nelle linee guida della Buona scuola del settembre 2014 si trovava per fortuna anche una critica severa di come era stato in genere dispensato l’aggiornamento dei docenti. Occasioni formative “troppo spesso frontali, poco efficaci e in genere non partecipate”, dove è mancato quasi sempre “un confronto interattivo”.  Si sarebbe dovuta favorire la definizione a livello di ciascuna scuola dei programmi formativi, senza più calarli dall’alto. Vanno superati, si aggiungeva, gli “approcci formativi a base teorica” e valorizzata la “forma esperienziale tra colleghi”. In un post del 2 ottobre di quell’anno, scrivemmo che si trattava di “asserzioni non molto lontane da quanto abbiamo sostenuto in più occasioni: la base dell’aggiornamento (senza escludere altre forme e apporti) deve essere il confronto di idee e di esperienze tra colleghi con il metodo seminariale, cioè tra pari, e nascere dalle loro  reali esigenze”.
Nel piano nazionale presentato ieri dalla ministra Giannini, si conferma che i programmi di aggiornamento a livello di istituto dovranno basarsi sulle esigenze formative espresse dai singoli; però, a quanto riferiscono i giornali, nulla si dice su uno strumento fondamentale da rendere operativo in tutte le scuole, che è per l’appunto il lavoro seminariale. Finora gli insegnanti sono stati spesso trattati come le oche da ingrassare in vista del fois gras: ingozzandoli di teorie confezionate nel ministero e nel para-ministero: università, case editrici, sindacati. “Saranno finanziate le migliori start up della formazione", si annuncia. Ma se l'aggiornamento, con i dovuti criteri di serietà, le scuole volessero almeno in parte autogestirlo con le risorse interne, non verrà considerato valido? Sarebbe invece l'ora di riconoscere che esiste anche nella scuola, e non solo nelle agenzie formative, una ricchezza inesplorata di esperienze positive, stili di insegnamento, competenze; e che la maggioranza degli insegnanti ha qualcosa di utile da condividere con i colleghi. Solo docenti valorizzati nel loro essere esperti di insegnamento potranno ritrovare le motivazioni necessarie ad assolvere il loro compito.
Giorgio Ragazzini

giovedì 22 settembre 2016

LOTTA DI CLASSE CONTRO IL MERITO

È proprio di ieri la notizia che il Ministero della pubblica istruzione toglierà di mezzo i voti alle elementari e alle medie, sostituendoli (grande novità) con le lettere, e che verranno resi più facili gli esami finali di terza media e di maturità. Sarà inoltre vietato bocciare nella primaria e reso eccezionalissimo alle medie. La notizia girava da tempo tra gli addetti ai lavori, a conferma che ad ogni cambio di governo nella scuola si deve sempre cambiare qualcosa nel senso di scoraggiare la serietà. Certi mutamenti vengono anche da lontano, da certo egualitarismo sessantottino, che da noi, al contrario di altri Paesi, è eterno e sempre verde.
Questa ideologia è ben sintetizzata in un articolo apparso a firma di Giuseppe Caliceti sul “Manifesto” di ieri e nel quale l'autore, sotto forma di dialogo con la propria figlia, si lascia andare a una inesorabile requisitoria contro il merito, visto come trionfo dell'ingiustizia perché privilegio delle classi sociali più avvantaggiate e perché coltivare il merito a scuola significherebbe addirittura riconoscersi in una visione della società simile a quella nazista e fascista. Per questo giornalista-insegnante, il concetto di merito si traduce sempre in quello di meritocrazia in senso negativo, che per lui ha sempre “la funzione principale e strategica di stroncare sul nascere ogni tipo di naturale invidia e rivincita sociale...”. Ove l'invidia per Caliceti è naturalmente “un'aspirazione sana e naturale” come, mi verrebbe da dire, ci insegnavano certi film muti sovietici degli anni Venti del secolo scorso.
Purtroppo da decenni la parola merito trova sempre minor considerazione proprio nel luogo deputato a farlo trionfare: la scuola, appunto. Svillaneggiato e ritenuto diseducativo, per non dire demonizzato, sta facendo proprio per questo sprofondare, non solo nei test invalsi, il ruolo essenziale della nostra scuola. Che non è più quello degli anni cinquanta e sessanta che era  finalizzato a creare e a selezionare una classe dirigente destinata a perpetuarsi poiché i capaci e i meritevoli di famiglie povere erano tutelati solo a parole in qualche principio della nostra Costituzione ben lontano dall’essere attuato: se volevano studiare, per loro non c'era che il seminario o qualche triste collegio. Da quando la scuola si è finalmente aperta a classi sociali fino ad allora escluse e destinate a replicare la loro bassa condizione economica e culturale, si è innestato una sorta di cancro pedagogico che bandisce istanze come merito e responsabilità, senza peraltro curarsi troppo della qualità culturale della scuola; e finisce proprio per privilegiare la trasmissione dei poteri, delle professioni, delle cadreghe a livello familistico, nel senso mafioso del termine. Mai come in questi anni a scuola è stata così timida nel mettere i suoi studenti in condizione di trarre fuori il meglio di loro stessi, delle loro attese, delle loro curiosità e delle loro vocazioni. Inoltre, davvero non c’è nessuna differenza tra chi fa il proprio dovere e chi no, tra chi studia e chi non lo fa, tra chi copia e chi imbroglia, tra chi rispetta i compagni e chi fa il bullo? Ora che la gran parte dei nostri ragazzi, per fortuna, potrebbe veramente aspirare a una mobilità sociale e culturale un tempo impossibile, mettere al bando il merito, l'impegno e la serietà negli studi serve invece a garantire il trionfo dei più furbi, dei più potenti e infine proprio dei privilegiati. (“Corriere Fiorentino, 21 settembre 2016)

Valerio Vagnoli

giovedì 15 settembre 2016

PANINO LIBERO E RUOLO DEI GENITORI *

È recentissima una sentenza del Tribunale di Torino che permette agli alunni della primaria e della media di fare il pranzo a scuola con un panino o altro cibo portato da casa, invece che con quello della mensa scolastica. Una questioncella, si dirà, rispetto ai gravi problemi di questo inizio di anno scolastico. In realtà la sentenza che accoglie le richieste dei genitori contrari alla mensa “uguale per tutti” conferma una visione del mondo da parte di molti adulti assai refrattaria a educare i loro figli alla necessità di misurarsi con la realtà. Forse c’è qualche speranza di venire a capo del caos degli organici, delle “reggenze” che appaiono e scompaiono lasciando sbigottiti centinaia e centinaia di docenti che nel giro di pochi giorni si trovano a misurarsi con due o tre dirigenti diversi o il balletto dei docenti che vanno e vengono con i loro bagagli da una regione all'altra; minori speranze le nutriamo sulle conseguenze negative che la sentenza torinese avrà su molti genitori, sempre più disponibili ad accontentare, come diceva mia madre, le voglie dei loro figli.
L'apparente libertà di poter mangiare a scuola ciò che mamma o babbo preparano a casa, rappresenta a mio parere la conferma di quanto sia profondamente radicata la convinzione che per nostri figli nessun sacrificio è ammissibile e sostenibile, come quello di potersi sfamare con quanto propongono le mense scolastiche. Che generalmente non fanno concorrenza ai migliori ristoranti, ma cucinano con le attenzioni dovute a bambini che hanno esigenze particolari, sia per motivi religiosi che di salute, e sono sottoposte peraltro a controlli igienico-sanitari puntuali e approfonditi. È naturale che ogni mensa scolastica sia sempre migliorabile e che non si dovranno assolutamente negare i pasti a coloro che non hanno soldi per poterli pagare. Ma i genitori che hanno sostenuto il lungo iter giuridico torinese non appartengono a quest'ultima realtà, e credo non occorra spiegarne i motivi. Sono probabilmente espressione di una visione del mondo che nessuna riforma scolastica, nessuna buona scuola, nessun avvio dell'anno scolastico finalmente privo di problemi potrà mai accontentare. Rappresentano a mio parere una categoria, purtroppo sempre più numerosa, convinta che non ci debba essere nessun attrito tra i loro figlioli e la realtà che li circonda e che non si debba chiedere loro un pur minimo sacrificio: in questo caso quello di mangiare lo stesso cibo dei loro compagni, dei loro docenti e spesso dei loro stessi dirigenti scolastici. Si perde oltre a tutto un’occasione per esplorare altri sapori e profumi rispetto a quelli domestici, con il rischio di ingabbiare i bambini in scelte ripetitive e anche troppo rassicuranti. Anche questo è parte dell’educazione. Insomma, nessun avvio dell'anno scolastico potrà mai essere un buon inizio, se non cominciamo a misurarci anche con questi problemi affrontandoli a partire dalle sedi opportune. Prima fra queste quella ministeriale, che da decenni invece rifiuta perfino di parlare di quello che dovrebbe essere il ruolo dei genitori anche all'interno delle scuole, così come si rifiuta perfino di accennare a tematiche che dovrebbero rappresentare le fondamenta di qualsiasi sistema educativo: rispetto delle regole, lealtà nel non copiare, impegno nello studio, premio del merito, quest'ultimo assolutamente fondamentale per poter permettere a coloro che partono da situazioni socialmente svantaggiate di potersi elevare nella vita senza ricorrere ad altri sistemi che sono purtroppo diffusi in un paese in cui, per dirla con Oriana Fallaci, non governano purtroppo le leggi ma le persone!
Valerio Vagnoli

*Pubblicato oggi sul “Corriere Fiorentino”

giovedì 25 agosto 2016

MOLTI CANDIDATI DEL "CONCORSONE" NON SANNO SCRIVERE. OVVERO, I NODI AL PETTINE DELLA CATTIVA SCUOLA

Sulla fortissima selezione nelle prove scritte del maxi-concorso per entrare nella scuola ha scritto ieri un ampio intervento Gian Antonio Stella, basandosi su uno studio di “Tuttoscuola”. L’articolo affastella, in modo non sempre logico, tutta una serie di temi e considerazioni (alcune condivisibili, altre molto meno), ma il problema di gran lunga più serio che si pone al mondo della scuola, e in primo luogo al governo e al parlamento, è racchiuso in alcune citazioni tratte dall’analisi di “Tuttoscuola”. Secondo la quale dalle prove scritte emerge “una scarsa capacità di comunicazione scritta, in termini di pertinenza, chiarezza e sequenza logica e una carenza nell’elaborare un testo in modo organico e compiuto”, al punto che alcuni commissari si sono chiesti “se si trattasse di candidati stranieri che non padroneggiavano bene la nostra lingua, salvo poi verificare che erano italianissimi». Inoltre dai testi dei candidati “si ricava anche un campionario di risposte incomplete, errori e veri e propri strafalcioni, che sorprendono in maniera più acuta per il tipo di concorso in questione, ovvero una selezione tra chi si candida a insegnare alle nuove generazioni». Sembra di rileggere le ripetute e inascoltate lamentele di tanti docenti universitari inorriditi dagli scritti dei loro studenti e persino dei loro laureandi per le macroscopiche carenze nelle “competenze di base”.
Non c’è però da meravigliarsene. Dato che, come riferisce “Tuttoscuola”, l’età media dei candidati è di 37-38 anni, questo significa che una buona parte di loro ha frequentato le elementari e le medie dagli anni ’70 in poi, quando cioè si stavano già dispiegando sugli apprendimenti gli effetti delle pedagogie permissive, egualitariste e puerocentriche a oltranza. Col sostegno di non pochi “esperti” si abbandonavano quasi del tutto lo studio della grammatica, la correzione degli errori (per non demotivare i bambini; e comunque mai con la matita rossa!), l’esercizio della calligrafia, vissuto da molti come “repressivo” della spontaneità infantile, le poesie a memoria, le date della storia, i nomi della geografia. Per non parlare della condanna della bocciatura anche come extrema ratio utile a sostenere impegno e serietà nello studio. Una scuola, insomma, sempre meno esigente sul “profitto”, mentre contestualmente veniva messa sotto accusa la disciplina e si squalificavano le sanzioni come retaggio di un passato autoritario anche per comportamenti gravemente incivili. Si tratta però di una tolleranza che non ha pregiudicato solo la formazione umana e civica di milioni di ragazzi, ma anche l’apprendimento stesso che può avvenire solo in un clima di attenzione e di concentrazione. E questo vale a maggior ragione per gli allievi  socialmente svantaggiati.
Nonostante un simile contesto politico-culturale, in questi decenni moltissimi insegnanti hanno cercato di difendere, potremmo quasi dire a mani nude, i valori dell’impegno, del merito, della responsabilità, nonché l’importanza di acquisire sicure competenze di base. Sarebbe ora che diventassero questi i cardini di una nuova politica scolastica. (GR)