martedì 22 novembre 2016

LA VALUTAZIONE DEI PRESIDI FARÀ AUMENTARE I PROMOSSI. MA NON PER MERITO

Da quest'anno i dirigenti delle scuole saranno sottoposti a una verifica annuale del loro operato. Ognuno di loro ha già presentato agli uffici scolastici provinciali un documento di autovalutazione in cui si elencano le iniziative destinate a migliorare la qualità dell'offerta formativa e di conseguenza l’aumento dei “successi scolastici”. In  base a questo, a ciascun dirigente è stato consegnato un piano, elaborato da una Commissione di ispettori e di docenti distaccati presso gli uffici periferici del Ministero, in cui si indicano quali aspetti debbano essere migliorati all'interno di ciascun Istituto. Un traguardo comune a tutte le scuole è proprio quello di ottenere una consistente  diminuzione del numero dei bocciati. Qualora ciò non avvenga, lo stipendio dei dirigenti verrà decurtato. Uno stipendio, com’è noto, già scandalosamente basso rispetto a responsabilità e  carichi di lavoro sconosciuti a tutti gli altri dirigenti statali, che tuttavia hanno stipendi assai più generosi. C'è quindi da aspettarsi  senz’altro un vistoso aumento dei promossi, che  probabilmente avverrà, visti gli interessi in gioco, indipendentemente dalle strategie messe in atto per raggiungerlo e da un effettivo progresso negli apprendimenti. Che la scuola italiana sia nel complesso propensa a una seria valutazione del merito pochi lo credono; e le bocciature, dalle percentuali effettivamente drammatiche soprattutto nelle scuole professionali, sono in gran parte dovute, piuttosto che a un’eccessiva severità dei docenti, a un sistema scolastico che da decenni non risponde alle reali esigenze formative degli studenti. Valga quale esempio il numero esagerato, e privo di qualsiasi logica pedagogica, delle materie nei tecnici e nei professionali. Entrambi questi indirizzi risultano infatti, da decenni, del tutto snaturati rispetto alle loro finalità e alle reali vocazioni di chi li sceglie.
Ma tornando al raggiungimento degli obiettivi che il ministero propone, vale la pena di ricordare come i successi o gli insuccessi scolastici siano innanzitutto determinati dalla qualità dei docenti e in primo luogo, ovviamente,  dalla loro presenza o meno a scuola. Invece, a oltre due mesi dall'inizio dell'anno scolastico, intere classi non hanno ancora conosciuto molti dei loro insegnanti (quelli che ora piano piano stanno arrivando perché finalmente chiamati direttamente dalle scuole, sono  peraltro precari e forse ancora destinati a essere rimossi); e di tutto ciò non sappiamo affatto di chi sia la responsabilità. Gli addetti ai lavori sanno quanto sia determinante, ai fini dei risultati finali degli allievi, improntare fin dai primi di giorni il lavoro scolastico alla serietà e alla buona organizzazione. Per i ragazzi, infatti,  gli insegnanti sono dei punti di riferimento fondamentali sia sul piano dei contenuti e della metodologia che su quello comportamentale. Ma molti professori, come abbiamo visto, ancora mancano. Ben venga la valutazione dei dirigenti, ma sarà possibile valutare e  magari anche conoscere i nomi di  coloro che hanno la responsabilità di questo disastroso inizio di anno scolastico? Un disastro che a memoria del sottoscritto non ha assolutamente dei precedenti. Di fronte a questa situazione molti ragazzi, soprattutto delle prime classi, si stanno già "perdendo" e alla fine  c'è da aspettarsi che solo la falsificazione della realtà consentirà di aumentare le promozioni e di non tagliare i già bassi stipendi dei presidi. 
Valerio Vagnoli 
("Corriere Fiorentino")

lunedì 24 ottobre 2016

NO ALLA SCUOLA FACILE CONTRO IL MERITO E LA RESPONSABILITÀ

Scriviamo al Presidente del Consiglio e al Ministro Giannini per fermare il decreto sulla valutazione
Vedrà tra non molto la luce il decreto legislativo sulla valutazione, i cui  punti essenziali sono stati anticipati di recente. In poche parole avanti tutta col principio base della pedagogia ministeriale:  rendere tutto più facile, evitare agli alunni verifiche serie e eliminare ogni timore che l’assenza di impegno comporti conseguenze negative.  In sintesi:
- Abolizione del voto numerico nel primo ciclo e ritorno alla gloriose letterine A, B, C, D, E, facendo però in modo, come riferisce “Il Sole 24 Ore, di “scongiurare la traduzione automatica delle lettere in numeri (si annunciano nuove griglie e criteri di valutazione). Ovviamente  saranno gli alunni stessi a chiedere ai docenti: “B vuol dire 8?”. Lo scopo: “Evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso. L’idea è quella di lavorare insieme [?] ad una valutazione ‘per l’apprendimento’ e non ‘dell’apprendimento’ ”. Si fa passare l’idea che gli insegnanti del primo ciclo siano finora stati semplici notai dei risultati ottenuti, senza nessuna preoccupazione o strategia per motivare gli allievi e farne emergere le potenzialità. Inoltre la valutazione “per l’apprendimento” (o formativa) si può fare benissimo anche con i voti, mentre quella “dell’apprendimento” (o sommativa) è doppiamente necessaria: serve per dare un’informazione sintetica e non camuffata all’allievo e per certificarne gli apprendimenti, come impone il valore legale del titolo di studio.
- Abolizione delle bocciature nella scuola primaria. Si è trattato finora di casi talmente rari, che si stenta a trovare dei dati in proposito. In Emilia siamo intorno al 2 per mille. Al Ministero sono proprio  sicuri che in questi pochissimi casi non sia stata la decisione migliore per i bambini, del resto in genere condivisa con i genitori? E non suggerisce il buon senso che anche la remota possibilità di non essere ammessi può aiutare gli alunni pigri o scarsamente motivati a impegnarsi di più? Nella scuola media, invece, le bocciature saranno consentite solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise alla leggera.
- Semplificazione (leggi “facilitazione”) degli esami di Stato. Negli ultimi anni  si è spesso menato scandalo per le cinque prove scritte dell’esame di terza media. Troppo faticose per i poveri preadolescenti (notoriamente a corto di energie). E dunque si faranno due soli scritti, di cui uno “in ambito linguistico” che potrà includere una parte in lingua straniera (sic!), la seconda di tipo logico-matematico. Il colloquio “dovrà uscire dai semplici canoni nozionistici e disciplinari” (ce lo sentiamo ripetere da almeno quarant’anni) e dovrà accertare il possesso anche “delle indispensabili competenze trasversali”. Ciliegina: via il presidente esterno delle commissioni, così si fa tutto in famiglia. E, con lodevole coerenza, negli esami ex di maturità tornerebbero le commissioni tutte interne, e sarà eliminata la terza prova.
C’è infine da scommettere che il voto di condotta non uscirà indenne dal “riformismo” di  Stefania Giannini e del lodatore delle occupazioni Faraone. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di parlarne. Un cambiamento avvolto nell’opaca antilingua ministeriale: “Il comportamento sarà valutato sulla base di indicatori relativi allo sviluppo delle competenze personali, sociali e di cittadinanza". Rimarrà la possibilità di ripetere l'anno con il 5 in condotta per gravi o ripetuti comportamenti scorretti?
Di fronte alla crescente egemonia del facilismo quale via alla scuola “inclusiva”, che è in realtà escludente dei ragazzi socialmente svantaggiati, dobbiamo ancora una volta tentare qualcosa. Nei giorni scorsi ci siamo rivolti al presidente Renzi e al ministro Giannini. Ma difficilmente basterà. Proponiamo quindi a tutti coloro che ritengono necessaria una scuola più qualificata, cioè anche più esigente, di inviare brevi (civili) messaggi al Presidente Renzi, alla Ministra Giannini e al sottosegretario Faraone. Con preghiera di mandare anche a noi il vostro messaggio aggiungendo il nostro indirizzo in copia nascosta (sigla "ccn" a sinistra dello spazio in basso per gli indirizzi). Ciascuno lo scriva come meglio crede: può essere un sintetico “Sono contrario all’annunciato decreto sulla valutazione” oppure una presa di posizione più argomentata. Ma la pluriennale deriva deresponsabilizzante è troppo grave per non avvertire l’esigenza di far sentire la propria voce. Scrivendo e facendo circolare il più possibile questa proposta. Seguiamo la massima kantiana “Fai quello che devi, accada quel che può”.  
INDIRIZZI DI POSTA: 

venerdì 21 ottobre 2016

DOPO LA LETTERA A RENZI SU VOTI, ESAMI E RIPETENZE. CONFRONTO DI OPINIONI SUL "CORRIERE FIORENTINO"

Fa discutere la lettera aperta di alcuni prof a Renzi, pubblicata ieri dal "Corriere Fiorentino", sul merito a rischio col decreto che riduce le bocciature. Le ragioni di favorevoli e contrari.


EDITORIALE: SE OBAMA FA SCUOLA

di Gaspare Polizzi

Ieri alcuni rappresentanti del «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità» hanno inviato da questo giornale un appello a Renzi in vista dell’emanazione del decreto legislativo sulla valutazione scolastica. Il decreto sembrerebbe abbassare i requisiti di impegno richiesti agli studenti. Se ne dovrebbe discutere nel merito. Vorrei qui sottolineare un punto della lettera che ritengo centrale. Il richiamo al «contributo di responsabilità e impegno degli allievi», che riecheggia una nota frase di Obama: «Possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità». Gli studenti, i giovani, non sono tutti uguali. All’Alberghiero Saffi un’attenta platea di studenti maggiorenni ha ascoltato Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti costituzionalisti, spiegare le ragioni del «No» e del «Sì». «Abbiamo capito che bisogna leggere un po’ più cose per essere in grado di dare questo voto». Una bella lezione di educazione civica. Un esempio da diffondere, che dimostra come si possa discutere con attenzione del referendum costituzionale, senza insultarsi a vicenda. Al Machiavelli Capponi e al Galileo gruppi minoritari di studenti hanno messo in scena la solita vecchia farsa delle occupazioni, senza rispettare il costituzionale diritto allo studio e il democratico volere della maggioranza, e infrangendo senza remore la legalità. Gli occupanti hanno attirato per qualche giorno l’attenzione dei media e hanno ricevuto dichiarazioni di disponibilità di alcuni amministratori e politici. A «Leggere per non dimenticare» Anna Benedetti ha presentato un saggio di Filippo La Porta, Indaffarati, che si distingue dal ben noto Sdraiati di Michele Serra, perché coglie il chiaroscuro nelle nuove generazioni. Giovani da un lato abulici, «sdraiati», disinteressati a ogni impegno culturale. Dall’altro pieni di passione per le cause che li coinvolgono, per il volontariato, per cooperare e condividere le proprie esperienze di vita, e sempre «indaffarati» in tante attività.

«LASCIATE I VOTI E LE BOCCIATURE» FA DISCUTERE L’APPELLO A RENZI

     di Lisa Baracchi

Voti e bocciature, è il caso di abolirli? Tra gli insegnanti e i presidi c’è chi fa una distinzione forte tra la primaria e le altre scuole, c’è chi li concepisce solo vincolati a precisi criteri condivisi. Ma un concetto esce da ogni riflessione: voti e bocciature non possono essere considerati punizioni, solo strumenti di formazione. Dopo la lettera indirizzata al premier Renzi, pubblicata ieri su Corriere Fiorentino, scritta dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e delle responsabilità», il dibattito è aperto, in vista del decreto legislativo sulla valutazione. «Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica», scrivono il dirigente dell’alberghiero Saffi Valerio Vagnoli e altri docenti fiorentini.
La pensa come loro Gianni Camici, presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi: «Non mi sembra ragionevole togliere le bocciature, che alla scuola primaria, ma anche secondaria di primo grado sono solo una possibilità residuale. Il voto lo considero un fattore di chiarezza, certo deve essere dato secondo criteri spiegati e condivisi».
Viene invece considerato troppo sintetico e riduttivo il voto numerico alle scuole primarie all’istituto Ghiberti, come spiega la preside Annalisa Savino e la stessa riflessione la fa Lucia Bacci dell’istituto comprensivo Compagni Carducci: «Alla scuola primaria il voto non è formativo, i risultati negativi possono generare sfiducia, nuocere all’autostima. Diverso è il discorso alla medie dove gli studenti hanno un’età tale da comprendere che il voto serve a evidenziare i punti critici, che va inteso come auto consapevolezza sul metodo di studio, in vista delle superiori».
E se il voto numerico non fosse che una «tradizione» comprensibile a tutti? Alessandro Bussotti preside dell’istituto comprensivo Poliziano aggiunge: «È soprattutto il frutto di un lavoro sui criteri condivisi dai docenti di quella materia e dai docenti dell’istituto, deve essere chiaro cosa significa avere un 6 o un 8». Riflette sulla possibilità di includere in una valutazione anche il progresso fatto il preside del Marco Polo, Ludovico Arte: «L’essere arrivato da un 4 a un 6 ha un significato diverso dell’essere rimasti a 6 anche se il voto sarà lo stesso», dice il dirigente che si trova d’accordo con una abolizione anche più estesa delle bocciature: «Alla fine del percorso lo studente potrebbe avere un certificato che indichi solo quali competenze ha raggiunto».
Interviene nel dibattito aperto dal «Gruppo di Firenze» anche il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi contrario alla logica del sei politico come anche all’abolizione per legge delle bocciature. «Lettere o numeri, non fa molta differenza, quello che conta è la “sensibilità” del contesto scolastico e il buon senso degli insegnanti, ma un appello al buon senso deve essere indirizzato anche ai genitori: non si può essere sempre sindacalisti e avvocati in difesa dei nostri figli. Renzi ha ragione quando richiama al rispetto per il ruolo degli insegnanti».
A difendere il decreto legislativo a cui si riferisce il «Gruppo di Firenze» è la senatrice Francesca Puglisi, responsabile della commissione scuola del Pd: «Non si intende ridurre a un “proforma” i momenti di verifica scolastica. Anzi, crediamo che la valutazione debba essere un momento di formazione di ciascuno studente». Ma la valutazione «deve attestare i livelli di conoscenza raggiunti senza limitarsi a “registrare” i successi o gli insuccessi». Puglisi attribuisce la perdita del rispetto sociale per gli insegnanti anche ai messaggi sbagliati dati in passato «in pasto» all’opinione pubblica. «Ricordate? “Con la cultura non si mangia”, “Signorina, sposi un uomo ricco e sarà felice”, gli “insegnanti fannulloni” — continua Puglisi. Matteo Renzi, nel recente viaggio a Washington, ha voluto portare con sé le eccellenze italiane per dimostrare ai nostri ragazzi che con l’impegno rigoroso e la fatica nulla è impossibile». Infine l’invito: «Il decreto legislativo non è ancora chiuso — dice la senatrice — aspettiamo anche la proposta del “Gruppo di Firenze” per migliorarlo».

«HO RIPETUTO L’ANNO, ME LO MERITAVO E MI RIMISI IN RIGA»

di Giulio Gori

«Sono stato bocciato in terza liceo. Ma anche se sul momento pensai che era stata colpa dei professori brutti e cattivi, ovviamente me lo ero meritato». Il giornalista fiorentino Nicola Remisceg sorride al ricordo di quella bocciatura, cui andò incontro quando studiava al liceo scientifico Gramsci, in via del Mezzetta. E oggi, a distanza di molti anni, con due figli al liceo, l’autore e videomaker del programma televisivo Le Iene ripensa a quell’episodio e ammette che una parte del suo successo è nata proprio da lì. Fu una bocciatura giusta?
«La presi male, ma i miei professori fecero bene: non studiavo, anzi non avevo mai studiato, e in terza fu un po’ l’anno clou. A maggio smisi persino di andare a scuola. Poi quello stop mi è tornato utile». Come?
«Il giramento di scatole nel vedere i miei ex compagni che andavano avanti, mentre io restavo indietro, mi ha messo fretta: mi sono messo in riga ed è stato tutto più facile, mi sono diplomato senza problemi». Dopo il diploma, è arrivata anche la laurea.
«Sì, in antropologia culturale. Ma c’è un altro aspetto: quando ripetei la terza, per un anno campai di rendita, in classe si facevano tutte cose che avevo già sentito. E avevo più tempo. Fu allora che cominciai a divertirmi facendo i miei primi video, le mie prime video storie. Lì è nata quella passione…».
Una bocciatura come trampolino di lancio, per arrivare fino a Le Iene… «Non è comunque bello perdere un anno, specialmente a quell’età. All’università è più facile, lo assorbi meglio. Ne avrei fatto volentieri a meno». E oggi è ancora giusto bocciare?
«Io ho due figli che vanno al liceo, non auguro loro di fare la mia stessa fine. D’altronde hanno risultati un po’ altalenanti, ma vanno benino. Non dovrebbero essere a rischio, o almeno lo spero».
La politica ora si interroga sull’opportunità di eliminare la bocciatura. Non è la strada da prendere?
«Sarebbe sbagliato eliminare le bocciature: quando inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti; se non lo fai, è normale che tu debba ripartire dal punto di partenza. È così che funziona nella vita».
E se i figli si lamentano degli insegnanti, di chi è giusto prendere le parti?
«Del professore, sempre. Io sono figlio di una maestra, che viene da una dinastia di maestre: ho imparato che l’insegnante va rispettato, ho visto la passione che ci metteva, lei, le sue sorelle, mia nonna... E se un professore ti dà un 4 vuol dire che te lo sei meritato».
Quando inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti, se non lo fai è normale che tu debba ripartire dal via. È la vita.

«MEGLIO CAMBIARE, CONTA IL LEGAME TRA PRIMI E ULTIMI»

di Carmela Adinolfi

Nevio Santini, 68 anni, è un ex allievo di don Lorenzo Milani. Uno di quei tanti ragazzi che a partire dagli anni ‘50 animarono e si formarono alla scuola di Barbiana. La scuola dell’«I care», tradotto del «Mi sta a cuore»: il motto che contraddistingue quell’esperienza didattica e pedagogica, nata e maturata a Vicchio, nel Mugello, dove don Milani arrivò nel 1954. Una scuola dove al posto dei compiti c’era la scrittura collettiva, dove invece delle punizioni e della bocciature ci si allenava al dialogo.
Santini, alcuni docenti fiorentini hanno fatto appello, dalle pagine del Corriere Fiorentino al presidente del Consiglio Matteo Renzi affinché riveda le misure — abolizione alle primarie e riduzione alle medie delle bocciature, un numero minore di prove finali — previste nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.
«Peccato. Io per ora vedo di buon occhio questo decreto. Mi sembra un passo, il primo, verso un modello di scuola diverso».
Presidi e professori sostengono che eliminando i voti e la possibilità di bocciare si fa un danno sia ai ragazzi che ai docenti.
«Perché hanno una concezione sbagliata della bocciatura. Basta cambiare paradigma. Ogni volta che si boccia un ragazzo non si compie un atto negativo solo nei confronti del destinatario del provvedimento ma del gruppo classe all’interno del quale è inserito». Cosa intende?
«Vede, la missione di ogni insegnante, così come lo intendeva don Milani, non è preoccuparsi del primo ma dell’ultimo e insegnare al primo della classe — il secchione lo chiameremo oggi — ad aiutare il compagno che è rimasto indietro. Bocciandolo, il professore non permette ai ragazzi di comprendere il valore dell’aiuto reciproco».
La bocciatura impedisce di misurarsi con il valore della solidarietà?
«Sì, in sostanza è così. Agli svogliati devi dare uno scopo, così vedrai che si appassionano, ripeteva don Milani». Quindi non è un metodo educativo? «No, affatto».
In una scuola che spesso si trova a dover gestire le ingerenze dei genitori e le sentenze della magistratura, alcuni docenti pensano che questo decreto possa contribuire a deresponsabilizzare i ragazzi. È un pericolo reale?
«No, non credo. È vero che la scuola è cambiata. E insieme ad essa i rapporti tra insegnanti e genitori. Ma i ragazzi, in fondo, sono sempre gli stessi. I professori devono agire pensando di avere davanti delle anime a cui mostrare il mondo. Un po’ come faceva il don Lorenzo».
La missione di ogni insegnante, come diceva don Milani, è insegnare al primo ad aiutare chi è rimasto indietro.

giovedì 20 ottobre 2016

LETTERA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: SCUOLA PIÙ FACILE O SCUOLA PIÙ SERIA?


 Possiamo avere gli insegnanti più appassionati,
i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta
se voi non tenete fede alle vostre responsabilità.
(Barack Obama agli studenti americani)
Gentile Presidente Renzi,
come insegnanti e come cittadini sentiamo la responsabilità e l’urgenza di scriverle su un’importante questione riguardante la scuola, il cui buon funzionamento, come Lei ha spesso sottolineato, è decisivo per il futuro del Paese.
Di recente sono stati anticipati i punti più importanti del decreto legislativo sulla valutazione. Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica. In sintesi si prevede:
-    l’abolizione delle bocciature nella scuola primaria, oggi rarissime (forse il 2 per mille) e sicuramente ben ponderate nell’interesse del bambino, anche perché consentite solo con l’unanimità del Consiglio di classe. Nella scuola media saranno possibili solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise a cuor leggero.
-    la riduzione del numero di prove scritte nei due esami di Stato: da cinque a due in terza media, da tre a due nell’esame di  “Maturità”;  per il quale  si ipotizza anche il ritorno alle commissioni tutte interne;
-    l’abolizione del voto numerico in tutto il primo ciclo e il ritorno alle mai rimpiante lettere, per “evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso di ogni giovane allievo”. Dove si fa passare l’idea che gli insegnanti si siano comportati finora come notai, non interessati  a incoraggiare e a valorizzare gli allievi.
Nell’ultima puntata di “Politics” su Raitre, Lei ha giustamente affermato che  si è perso il rispetto sociale per la figura degli insegnanti. Di conseguenza si è indebolita agli occhi degli studenti la loro autorevolezza, essenziale per la relazione didattica e educativa. Questa svalutazione è testimoniata dalla sempre più aggressiva interferenza di molti genitori nelle questioni di competenza dei docenti, così come da molte sentenze della magistratura, che spesso appare pregiudizialmente dalla parte degli studenti e delle loro famiglie, a sostegno di rivendicazioni di ogni tipo, anche prive di fondamento. È una deriva che si deve anche a documenti ministeriali e dichiarazioni di pedagogisti che in modo ideologico e semplicistico addebitano agli insegnanti la responsabilità di qualunque insuccesso scolastico. Manca sempre, e il testo di questo decreto non fa eccezione, un qualsiasi richiamo al contributo di responsabilità e di impegno degli allievi, senza di cui non c’è possibilità di vero “successo formativo”. In altre parole manca la consapevolezza che se la scuola vuole essere un “ascensore sociale” per i ragazzi economicamente e culturalmente svantaggiati, è indispensabile che sia seria e rigorosa sia sul piano didattico che su quello educativo.
Negli ultimi anni abbiamo spesso letto e commentato con i nostri allievi lo splendido discorso che il Presidente Obama rivolse agli studenti americani nel settembre del 2009, in occasione del primo giorno di scuola, e il cui senso può essere riassunto dalla frase in esergo. Ci piacerebbe molto che gli studenti italiani potessero finalmente ascoltare parole come queste.
Grazie, Presidente, per la Sua attenzione.

Valerio Vagnoli          Dirigente Scolastico Alberghiero Saffi
Sergio Casprini          Insegnante di Storia dell’arte          
Andrea Ragazzini      Insegnante di Storia dell’arte
Giorgio Ragazzini     Insegnante di Lettere nella scuola media
(“Corriere Fiorentino”, 20 ottobre 2016, p. 1)
  

mercoledì 12 ottobre 2016

CONFRONTO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE DAVANTI AGLI STUDENTI: L’ESEMPIO DEL “SAFFI”

Di fronte a una platea di duecentosettanta studenti dell’Istituto alberghiero “Saffi” di Firenze (quelli maggiorenni che potranno votare il 4 dicembre), i professori Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti studiosi della Costituzione, hanno spiegato le ragioni del “no” (il primo) e quelle del “sì” (il secondo). Con passione, certo, ma neppure una volta utilizzando le armi della faziosità che dominano nel dibattito televisivo e sui “social”: la caricatura, il processo alle intenzioni, il sarcasmo (solo qualche garbata ironia, siamo in Toscana), la denigrazione dell’interlocutore, tanto meno l’insulto. Insomma, una doppia lezione di educazione civica: sulle modifiche alla Costituzione, ma anche su come si può discutere rispettando l’interlocutore. Un esempio che altre scuole potrebbero seguire, anche considerando quello che alcuni dei ragazzi hanno ammesso: di saperne molto poco.
Il servizio sul “Corriere Fiorentino”: http://jmp.sh/Twtu163

domenica 9 ottobre 2016

CHE ERRORE, MINISTRO, UNA SCUOLA CHE SI PIEGA DAVANTI AI VIOLENTI

("Corriere Fiorentino", 9 ottobre 2016)
Gli studenti italiani scesi in strada venerdì scorso agitavano allo stesso tempo, come ha scritto Sabino Cassese, “speranze smisurate e speranze ragionevoli”, facendo non poca confusione tra le une e le altre. I motivi per protestare non mancano in nessun settore della società. In democrazia per fortuna molto è lecito: anche (anzi soprattutto) che protestino delle minoranze estreme (sia chiaro, infatti, che a Firenze ieri l'altro non hanno protestato “gli” studenti: lo ha fatto qualche centinaio di loro, mentre il resto dei loro compagni era a scuola). Quello che non può essere lecito è consentire a esigue minoranze di usare forme di violenza, per le quali non vengono chiamati a rispondere, forse nell’illusione che così non ve ne saranno altre e magari di peggiori. Perciò di anno in anno molti ragazzi costruiscono la loro formazione umana e culturale nella convinzione che tutto sia lecito. Così stando le cose, si consuma l’idea che la democrazia è fatta di diritti, ma anche di doveri; e tra questi quello di rispettare il diritto allo studio, di cui si fanno portavoce anche quelli che tentano di entrare in un liceo sfondandone il portone per interrompere le lezioni e occupare le aule. Da anni però si evita che simili episodi abbiano delle conseguenze per i responsabili; e quando la protesta sfocia in violenza, le autorità, in primis quelle scolastiche, trattengono il fiato in attesa che passi 'a nuttata; o invitano al “dialogo”, che non sempre è un modo per fare chiarezza e per rendere consapevoli i giovani dei loro errori. Talvolta è solo il giunco che si piega in attesa che la piena passi. Probabilmente un pensiero analogo ha ispirato la ministra della Pubblica istruzione, che di fronte alle  manifestazioni e agli atti di violenza ha subito fatto sapere che è pronta a incontrare gli studenti e a dialogare con loro. E questi si saranno a ragione convinti che più non si rispettano le leggi e più aumenta il loro potere contrattuale. Ma cosa vuol far credere la ministra a questi ragazzi? Che forse non conosce quali siano i problemi concreti della scuola italiana e che il loro contributo è importante per meglio individuarli e saperli risolvere? Siamo seri! Inoltre con i giovani, gentile Ministra, si deve sempre essere disponibili, ma solo fintanto che si comportano responsabilmente. Quando ciò non accade e la contrapposizione, salutare e indispensabile alla creazione di futuri cittadini maturi e in grado di pensare con la propria testa, sconfina nella violenza, si deve poter contare su adulti in grado di prendersi le loro responsabilità di educatori e di rappresentanti delle istituzioni che siano in grado, se non di indignarsi, almeno di saper dire dei no decisi ed educativi. Né la risposta può essere quella di una scuola sempre più facile e “comprensiva”. Un ministro della Pubblica Istruzione dovrebbe invece dire ai giovani quanto scrive Maurizio Viroli nel suo ultimo libro. E cioè che “un popolo composto di individui che credono nei diritti, ma non sanno praticare i doveri, non è una comunità di persone libere, ma una moltitudine dove impera la legge del più forte e dove i deboli, quale che sia la ragione della loro debolezza, hanno soltanto il diritto di rassegnarsi a non avere diritti”. Se queste parole, se non proprio le stesse, ma almeno i medesimi concetti avessero ispirato la “pedagogia” di gran parte dei ministri della Pubblica istruzione, forse avremmo un Paese diverso e dei giovani in grado di farci meglio sperare per il loro futuro.

Valerio Vagnoli

mercoledì 5 ottobre 2016

PRESENTATO IL PIANO NAZIONALE PER L’AGGIORNAMENTO. MA GLI INSEGNANTI DOVRANNO SOLO APPRENDERE?

Nelle linee guida della Buona scuola del settembre 2014 si trovava per fortuna anche una critica severa di come era stato in genere dispensato l’aggiornamento dei docenti. Occasioni formative “troppo spesso frontali, poco efficaci e in genere non partecipate”, dove è mancato quasi sempre “un confronto interattivo”.  Si sarebbe dovuta favorire la definizione a livello di ciascuna scuola dei programmi formativi, senza più calarli dall’alto. Vanno superati, si aggiungeva, gli “approcci formativi a base teorica” e valorizzata la “forma esperienziale tra colleghi”. In un post del 2 ottobre di quell’anno, scrivemmo che si trattava di “asserzioni non molto lontane da quanto abbiamo sostenuto in più occasioni: la base dell’aggiornamento (senza escludere altre forme e apporti) deve essere il confronto di idee e di esperienze tra colleghi con il metodo seminariale, cioè tra pari, e nascere dalle loro  reali esigenze”.
Nel piano nazionale presentato ieri dalla ministra Giannini, si conferma che i programmi di aggiornamento a livello di istituto dovranno basarsi sulle esigenze formative espresse dai singoli; però, a quanto riferiscono i giornali, nulla si dice su uno strumento fondamentale da rendere operativo in tutte le scuole, che è per l’appunto il lavoro seminariale. Finora gli insegnanti sono stati spesso trattati come le oche da ingrassare in vista del fois gras: ingozzandoli di teorie confezionate nel ministero e nel para-ministero: università, case editrici, sindacati. “Saranno finanziate le migliori start up della formazione", si annuncia. Ma se l'aggiornamento, con i dovuti criteri di serietà, le scuole volessero almeno in parte autogestirlo con le risorse interne, non verrà considerato valido? Sarebbe invece l'ora di riconoscere che esiste anche nella scuola, e non solo nelle agenzie formative, una ricchezza inesplorata di esperienze positive, stili di insegnamento, competenze; e che la maggioranza degli insegnanti ha qualcosa di utile da condividere con i colleghi. Solo docenti valorizzati nel loro essere esperti di insegnamento potranno ritrovare le motivazioni necessarie ad assolvere il loro compito.
Giorgio Ragazzini

giovedì 22 settembre 2016

LOTTA DI CLASSE CONTRO IL MERITO

È proprio di ieri la notizia che il Ministero della pubblica istruzione toglierà di mezzo i voti alle elementari e alle medie, sostituendoli (grande novità) con le lettere, e che verranno resi più facili gli esami finali di terza media e di maturità. Sarà inoltre vietato bocciare nella primaria e reso eccezionalissimo alle medie. La notizia girava da tempo tra gli addetti ai lavori, a conferma che ad ogni cambio di governo nella scuola si deve sempre cambiare qualcosa nel senso di scoraggiare la serietà. Certi mutamenti vengono anche da lontano, da certo egualitarismo sessantottino, che da noi, al contrario di altri Paesi, è eterno e sempre verde.
Questa ideologia è ben sintetizzata in un articolo apparso a firma di Giuseppe Caliceti sul “Manifesto” di ieri e nel quale l'autore, sotto forma di dialogo con la propria figlia, si lascia andare a una inesorabile requisitoria contro il merito, visto come trionfo dell'ingiustizia perché privilegio delle classi sociali più avvantaggiate e perché coltivare il merito a scuola significherebbe addirittura riconoscersi in una visione della società simile a quella nazista e fascista. Per questo giornalista-insegnante, il concetto di merito si traduce sempre in quello di meritocrazia in senso negativo, che per lui ha sempre “la funzione principale e strategica di stroncare sul nascere ogni tipo di naturale invidia e rivincita sociale...”. Ove l'invidia per Caliceti è naturalmente “un'aspirazione sana e naturale” come, mi verrebbe da dire, ci insegnavano certi film muti sovietici degli anni Venti del secolo scorso.
Purtroppo da decenni la parola merito trova sempre minor considerazione proprio nel luogo deputato a farlo trionfare: la scuola, appunto. Svillaneggiato e ritenuto diseducativo, per non dire demonizzato, sta facendo proprio per questo sprofondare, non solo nei test invalsi, il ruolo essenziale della nostra scuola. Che non è più quello degli anni cinquanta e sessanta che era  finalizzato a creare e a selezionare una classe dirigente destinata a perpetuarsi poiché i capaci e i meritevoli di famiglie povere erano tutelati solo a parole in qualche principio della nostra Costituzione ben lontano dall’essere attuato: se volevano studiare, per loro non c'era che il seminario o qualche triste collegio. Da quando la scuola si è finalmente aperta a classi sociali fino ad allora escluse e destinate a replicare la loro bassa condizione economica e culturale, si è innestato una sorta di cancro pedagogico che bandisce istanze come merito e responsabilità, senza peraltro curarsi troppo della qualità culturale della scuola; e finisce proprio per privilegiare la trasmissione dei poteri, delle professioni, delle cadreghe a livello familistico, nel senso mafioso del termine. Mai come in questi anni a scuola è stata così timida nel mettere i suoi studenti in condizione di trarre fuori il meglio di loro stessi, delle loro attese, delle loro curiosità e delle loro vocazioni. Inoltre, davvero non c’è nessuna differenza tra chi fa il proprio dovere e chi no, tra chi studia e chi non lo fa, tra chi copia e chi imbroglia, tra chi rispetta i compagni e chi fa il bullo? Ora che la gran parte dei nostri ragazzi, per fortuna, potrebbe veramente aspirare a una mobilità sociale e culturale un tempo impossibile, mettere al bando il merito, l'impegno e la serietà negli studi serve invece a garantire il trionfo dei più furbi, dei più potenti e infine proprio dei privilegiati. (“Corriere Fiorentino, 21 settembre 2016)

Valerio Vagnoli

giovedì 15 settembre 2016

PANINO LIBERO E RUOLO DEI GENITORI *

È recentissima una sentenza del Tribunale di Torino che permette agli alunni della primaria e della media di fare il pranzo a scuola con un panino o altro cibo portato da casa, invece che con quello della mensa scolastica. Una questioncella, si dirà, rispetto ai gravi problemi di questo inizio di anno scolastico. In realtà la sentenza che accoglie le richieste dei genitori contrari alla mensa “uguale per tutti” conferma una visione del mondo da parte di molti adulti assai refrattaria a educare i loro figli alla necessità di misurarsi con la realtà. Forse c’è qualche speranza di venire a capo del caos degli organici, delle “reggenze” che appaiono e scompaiono lasciando sbigottiti centinaia e centinaia di docenti che nel giro di pochi giorni si trovano a misurarsi con due o tre dirigenti diversi o il balletto dei docenti che vanno e vengono con i loro bagagli da una regione all'altra; minori speranze le nutriamo sulle conseguenze negative che la sentenza torinese avrà su molti genitori, sempre più disponibili ad accontentare, come diceva mia madre, le voglie dei loro figli.
L'apparente libertà di poter mangiare a scuola ciò che mamma o babbo preparano a casa, rappresenta a mio parere la conferma di quanto sia profondamente radicata la convinzione che per nostri figli nessun sacrificio è ammissibile e sostenibile, come quello di potersi sfamare con quanto propongono le mense scolastiche. Che generalmente non fanno concorrenza ai migliori ristoranti, ma cucinano con le attenzioni dovute a bambini che hanno esigenze particolari, sia per motivi religiosi che di salute, e sono sottoposte peraltro a controlli igienico-sanitari puntuali e approfonditi. È naturale che ogni mensa scolastica sia sempre migliorabile e che non si dovranno assolutamente negare i pasti a coloro che non hanno soldi per poterli pagare. Ma i genitori che hanno sostenuto il lungo iter giuridico torinese non appartengono a quest'ultima realtà, e credo non occorra spiegarne i motivi. Sono probabilmente espressione di una visione del mondo che nessuna riforma scolastica, nessuna buona scuola, nessun avvio dell'anno scolastico finalmente privo di problemi potrà mai accontentare. Rappresentano a mio parere una categoria, purtroppo sempre più numerosa, convinta che non ci debba essere nessun attrito tra i loro figlioli e la realtà che li circonda e che non si debba chiedere loro un pur minimo sacrificio: in questo caso quello di mangiare lo stesso cibo dei loro compagni, dei loro docenti e spesso dei loro stessi dirigenti scolastici. Si perde oltre a tutto un’occasione per esplorare altri sapori e profumi rispetto a quelli domestici, con il rischio di ingabbiare i bambini in scelte ripetitive e anche troppo rassicuranti. Anche questo è parte dell’educazione. Insomma, nessun avvio dell'anno scolastico potrà mai essere un buon inizio, se non cominciamo a misurarci anche con questi problemi affrontandoli a partire dalle sedi opportune. Prima fra queste quella ministeriale, che da decenni invece rifiuta perfino di parlare di quello che dovrebbe essere il ruolo dei genitori anche all'interno delle scuole, così come si rifiuta perfino di accennare a tematiche che dovrebbero rappresentare le fondamenta di qualsiasi sistema educativo: rispetto delle regole, lealtà nel non copiare, impegno nello studio, premio del merito, quest'ultimo assolutamente fondamentale per poter permettere a coloro che partono da situazioni socialmente svantaggiate di potersi elevare nella vita senza ricorrere ad altri sistemi che sono purtroppo diffusi in un paese in cui, per dirla con Oriana Fallaci, non governano purtroppo le leggi ma le persone!
Valerio Vagnoli

*Pubblicato oggi sul “Corriere Fiorentino”

giovedì 25 agosto 2016

MOLTI CANDIDATI DEL "CONCORSONE" NON SANNO SCRIVERE. OVVERO, I NODI AL PETTINE DELLA CATTIVA SCUOLA

Sulla fortissima selezione nelle prove scritte del maxi-concorso per entrare nella scuola ha scritto ieri un ampio intervento Gian Antonio Stella, basandosi su uno studio di “Tuttoscuola”. L’articolo affastella, in modo non sempre logico, tutta una serie di temi e considerazioni (alcune condivisibili, altre molto meno), ma il problema di gran lunga più serio che si pone al mondo della scuola, e in primo luogo al governo e al parlamento, è racchiuso in alcune citazioni tratte dall’analisi di “Tuttoscuola”. Secondo la quale dalle prove scritte emerge “una scarsa capacità di comunicazione scritta, in termini di pertinenza, chiarezza e sequenza logica e una carenza nell’elaborare un testo in modo organico e compiuto”, al punto che alcuni commissari si sono chiesti “se si trattasse di candidati stranieri che non padroneggiavano bene la nostra lingua, salvo poi verificare che erano italianissimi». Inoltre dai testi dei candidati “si ricava anche un campionario di risposte incomplete, errori e veri e propri strafalcioni, che sorprendono in maniera più acuta per il tipo di concorso in questione, ovvero una selezione tra chi si candida a insegnare alle nuove generazioni». Sembra di rileggere le ripetute e inascoltate lamentele di tanti docenti universitari inorriditi dagli scritti dei loro studenti e persino dei loro laureandi per le macroscopiche carenze nelle “competenze di base”.
Non c’è però da meravigliarsene. Dato che, come riferisce “Tuttoscuola”, l’età media dei candidati è di 37-38 anni, questo significa che una buona parte di loro ha frequentato le elementari e le medie dagli anni ’70 in poi, quando cioè si stavano già dispiegando sugli apprendimenti gli effetti delle pedagogie permissive, egualitariste e puerocentriche a oltranza. Col sostegno di non pochi “esperti” si abbandonavano quasi del tutto lo studio della grammatica, la correzione degli errori (per non demotivare i bambini; e comunque mai con la matita rossa!), l’esercizio della calligrafia, vissuto da molti come “repressivo” della spontaneità infantile, le poesie a memoria, le date della storia, i nomi della geografia. Per non parlare della condanna della bocciatura anche come extrema ratio utile a sostenere impegno e serietà nello studio. Una scuola, insomma, sempre meno esigente sul “profitto”, mentre contestualmente veniva messa sotto accusa la disciplina e si squalificavano le sanzioni come retaggio di un passato autoritario anche per comportamenti gravemente incivili. Si tratta però di una tolleranza che non ha pregiudicato solo la formazione umana e civica di milioni di ragazzi, ma anche l’apprendimento stesso che può avvenire solo in un clima di attenzione e di concentrazione. E questo vale a maggior ragione per gli allievi  socialmente svantaggiati.
Nonostante un simile contesto politico-culturale, in questi decenni moltissimi insegnanti hanno cercato di difendere, potremmo quasi dire a mani nude, i valori dell’impegno, del merito, della responsabilità, nonché l’importanza di acquisire sicure competenze di base. Sarebbe ora che diventassero questi i cardini di una nuova politica scolastica. (GR)

mercoledì 3 agosto 2016

“PILLOLE DEL SAPERE”, LA SENTENZA DELLA CORTE DEI CONTI CHE LA GIANNINI NON PUÒ IGNORARE

["ilsussidiario.net", 3 agosto 2016]

Nei giorni scorsi “Il Tempo” informava che la Corte dei Conti ha condannato tre ex alti dirigenti ministeriali a risarcire lo Stato per la faccenda delle cosiddette “pillole del sapere”, una ventina di filmati didattici di tre-quattro minuti da diffondere nelle scuole, che furono commissionati alla società “Interattiva Media”. Costarono la cifra astronomica di 769 mila euro, circa 39 mila l’uno. E pensare che c’era un istituto tecnico disposto a farle gratis. L’affidamento fu fatto senza gara e senza che nessuno si preoccupasse di verificare se altre aziende fornissero prodotti analoghi a minor prezzo. Quanto alla qualità, sono stati giudicati un po’ da tutti didatticamente inadeguati. Di conseguenza Giovanni Biondi, ex capo dipartimento della Programmazione del Ministero, dovrà risarcire  35 mila euro allo Stato; Antonio Giunta La Spada, già direttore dell’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (Ansas) 90 mila euro; Massimo Zennaro, capo della Direzione generale per lo studente, poi portavoce della ministra Gelmini, 10 mila euro. Totale 135 mila euro. Non sono, come ci si aspetterebbe, 269 mila, in quanto non sono stati chiamati in giudizio altri soggetti che pure hanno contribuito al danno erariale, cioè funzionari del ministero e dell’Ansas. Per questo sono state sottratte dall’importo le quote “astrattamente addossabili a tali soggetti”.
Com’è noto, fu un’inchiesta di “Report” (che definì i filmati “le pillole della vergogna”) a far aprire un’indagine penale e una contabile. La prima è finita in un “non luogo a procedere”, ma va detto, come ricorda “Il Tempo”, che per i giudici contabili proprio la sentenza di proscioglimento fa emergere manifesti profili di “mala gestio” e che l’archiviazione fu dovuta a “gravi carenze nell’attività di indagine da parte del P.M. penale”. La Corte dei Conti, oltre a rilevare “un meccanismo di spesa al di fuori della normativa vigente, volto a instaurare un rapporto esclusivo con un imprenditore privato e a depauperare le pubbliche finanze”, è drastica anche sulla qualità dei prodotti: “palesemente scadente, come riconosciuto anche dal giudice penale”. Se non bastasse, in precedenza la commissione indipendente istituita dal Ministero si era espressa negativamente sui filmati: “Lo spirito che permea questi prodotti non è didattico”. E più avanti: “Il 50% degli argomenti trattati sembrano più pubblicità progresso che materiali didattici”.  
Tanto premesso (come dicono i testi ministeriali), si dà il caso che il dottor Biondi nel 2013 è passato a presiedere niente meno che l’Indire, cioè l’Istituto Nazionale per la Documentazione, l’Innovazione e la Ricerca Didattica, l’ente che si occupa istituzionalmente anche delle materie oggetto dell’inchiesta e della condanna, cioè della progettazione e realizzazione di supporti didattici. Non sappiamo se la sentenza della Corte dei Conti verrà appellata o meno, e dunque se è da considerare definitiva. Dato però che l’iniziativa del presidente Biondi è stata più volte censurata sia nel metodo (procedure e danno erariale) che nel merito (qualità e utilità dei prodotti ai fini della didattica), viene da chiedere al Ministro Giannini: è ancora opportuno che continui a ricoprire quel ruolo?
Giorgio Ragazzini
L'articolo del "Tempo".

lunedì 25 luglio 2016

CRONACHETTE DAGLI ESAMI DI STATO

Ho saputo da colleghi e amici che anche quest’anno in certe sedi d’esame il presidente si è preoccupato fin dalla prima riunione di “tranquillizzare” tutta la commissione affermando che nessuno sarebbe stato  bocciato. E pare che qualcuno sia stato anche più esplicito: “Mi raccomando di non bocciare nessuno”. Forse per compensare la frustrazione di adempiere a una funzione resa così quasi  inutile, ecco che tutto l'esame spesso si è concentrato  sul riproporre ossessivamente le ritualità che da decenni si ripetono anche se anacronistiche, come quella di disporre i banchi per gli scritti in lunghi corridoi, in barba alla temperatura e alle più elementari misure di sicurezza. A quanto pare è anche irrinunciabile integrare l’apparato di sorveglianza con docenti non facenti parte della commissione, ma messi a disposizione dalla scuola. Dato che la commissione è composta da ben sette persone, viene il sospetto che la cosa sia funzionale a dare un giorno libero ai commissari e non a rendere più stringente la sorveglianza. Spesso ci si dimentica che i docenti a disposizione per la sorveglianza dovrebbero servire solo nel caso in cui le commissioni d'esame, come accadeva però molti anni fa, fossero incomplete.
Una cosa che rattrista e fa arrabbiare, specie se la si vede in un docente, è l’allergia alle assunzioni di responsabilità. Un commissario  interno mi ha riferito che una sua collega esterna si lamentava, a quanto pare giustamente, dell’impreparazione nella sua materia che stava riscontrando in una classe. Quando però le ha chiesto di far pervenire al dirigente scolastico una relazione in proposito, la proba docente ha smesso di lamentarsi, cominciando a trovare gli ultimi candidati senz’altro preparati. E della relazione neanche l'ombra… Vogliamo mica rischiare di andare incontro a qualche grana!
E poi di tutto un po’, come nel finale dei fuochi di artificio: membri interni di matematica che avrebbero svolto per conto dei loro allievi parte del compito; classi intere presentate con un punto di credito aggiuntivo in omaggio; più  ragazzi mandati in bagno contemporaneamente durante gli scritti; colloqui affrontati da candidati di fronte a membri della commissione intenti a guardare il cellulare e perfino a leggere il giornale (ancora gli studenti di quella commissione se la ridono con malcelata amarezza). Insomma, certi "maestri di vita" non ce la fanno proprio  a sentirsi dei professionisti e a comportarsi come tali, neanche nei giorni in cui il mondo della scuola potrebbe riscattarsi  un po' dal grigiore e dalla mediocre comicità con il quale certo cinema italiano lo rappresenta. E fa specie che da decenni nessuna autorità nazionale dica una parola sulla necessaria serietà degli esaminandi e degli esaminatori. 
Valerio Vagnoli

sabato 9 luglio 2016

NON OFFENDETE QUESTI RAGAZZI

A Firenze l'Istituto alberghiero "Saffi", in forte carenza di aule, dovrebbe utilizzarne alcune libere nella scuola media "Guicciardini". Ma una parte dei genitori si oppone. Il dirigente dell'alberghiero interviene in proposito sul "Corriere Fiorentino".

Per trovare aule agli studenti del Saffi altrimenti destinati a cambiare indirizzo, siamo andati in piazza; e per difenderli dalle offese dirette e indirette che in questi giorni piovono loro addosso siamo decisi fino in fondo a far valere i loro diritti. Il plurale beninteso si riferisce, oltre che al sottoscritto, anche al personale docente e non docente della scuola che dirigo. Fa specie che dei genitori (ma solo loro?) si smarriscano umanamente di fronte a un caso del tutto normale e già sperimentato in numerose scuole fiorentine: in mancanza di aule è naturale che si faccia riferimento a edifici scolastici che ne hanno invece disponiblità. Senza andare lontani nel tempo, basti ricordare che fino a pochissimi anni fa i ragazzini della media Calvino hanno convissuto per oltre un decennio con i ragazzi più grandi dell'alberghiero Buontalenti. Attualmente in un edificio adattato col tempo a scuola, l'Istituto dei ciechi, convivono senza alcun problema studenti delle medie e di due diversi istituti professionali, l'Elsa Morante e appunto il Saffi. In tempi anch'essi non lontanissimi non esitai un attimo nell'accogliere al Poggio imperiale la richiesta della collega dell'Istituto d'Arte di ospitare alcune loro classi in palestra. E, sempre in qualità di reggente dell'Educandato, nel progetto di apertura di una fattoria didattica che avrebbe utilizzato l'ampio podere in uso alla medesima scuola (pubblica), avevo preteso che lo spazio venisse aperto anche alle altre scuole del centro storico, senza distinzione di età, nella consapevolezza che tra le tante cose che mancano nel sistema scolastico italiano vi è proprio il contatto e il confronto tra ragazzi di esperienze ed età diverse, e forse vi è anche scarsa autentica educazione alla solidarietà. Dispiace che certi genitori della Guicciardini si arrocchino nella difesa di un edificio che non è solo loro ma che, appartenendo alla comunità, potrebbe risolvere i gravi problemi presenti in un' altra scuola; il Saffi, appunto, che è fra l'altro frequentato anche da ex studenti della stessa Guicciardini. Che ogni convivenza crei, oltre arricchimenti reciproci, anche dei problemi è del tutto normale e nessuno si sente di metterlo in discussione. Quello che mettiamo assolutamente in discussione è il pregiudizio che traspare nei confronti degli studenti del Saffi, almeno in alcune dichiarazioni di genitori, rispetto alle quali non sono state prese le distanze da chi ci si aspettava che venissero prese, in primo luogo dai responsabili della scuola, compreso il Consiglio d'istituto. I nostri studenti non sono diversi rispetto a qualsiasi altro studente della loro età: non sono né migliori né peggiori degli altri, sono ragazze e ragazzi non piovuti da un altro pianeta ma dalla nostra città, dalla provincia e anche da più lontano con la voglia disperata ed entusiastica di tutti gli adolescenti e di tutti i giovani di sentirsi accolti, capiti, guidati. Se degli adulti, peraltro a loro volta genitori, non hanno neanche questa consapevolezza c'è da preoccuparsi. E non poco se si pensa che tutto ciò accade in un quartiere che a partire dalla Madonnina del Grappa, ci ha regalato in passato degli esempi grandissimi di solidarietà e attenzione alla crescita, quanto più possibilmente serena, proprio dei bambini e dei ragazzi.
Valerio Vagnoli,
Dirigente dell'Istituto Alberghiero "Aurelio Saffi"

venerdì 1 luglio 2016

COMUNICATO STAMPA: DUEMILA DOCENTI E DIRIGENTI SCRIVONO AL MINISTRO: “NO AL CELLULARE IN CLASSE”

Tra i firmatari la scrittrice Paola Mastrocola, il linguista Luca Serianni,  Giovanni Belardelli, storico e editorialista del “Corriere della Sera”, Adolfo Scotto Di Luzio, storico della pedagogia, il politologo Vittorio Emanuele Parsi, Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti.

Alcuni giorni fa il sottosegretario Faraone ha preannunciato che verrà “liberalizzato” l’uso del cellulare in classe, superando il divieto stabilito nel 2007 dal ministro Fioroni. Continuare a insistere su questa misura sarebbe addirittura “luddismo”. Meglio insegnare “un uso consapevole” di questi strumenti. Ma conoscendo la realtà della scuola, moltissimi sono convinti che questo incauto provvedimento, se attuato, farà molti danni, rendendo più facile copiare, distrarsi durante lezioni e magari perseguitare  un compagno o una compagna di classe.
Per questo oltre duemila fra insegnanti e dirigenti (per la precisione 2066, tra cui anche alcuni cittadini non docenti interessati alla serietà della scuola) hanno deciso di sottoscrivere la seguente lettera al Ministro dell’istruzione Stefania Giannini:
Gentile Ministro,
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare, praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per l’uso didattico dell’informatica, è bene usare strumenti assai più indicati come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli stessi studenti e del lavoro degli insegnanti. 

Tra i firmatari segnaliamo (in ordine alfabetico)

ADOLFO SCOTTO DI LUZIO, docente di storia della pedagogia;
ADRIANO PROSPERI, docente di  storia moderna  collaboratore di “Repubblica”;
AMEDEO QUONDAM, docente emerito di letteratura italiana;
EMILIO PASQUINI, docente emerito di letteratura italiana; 
GIORGIO ALLULLI, dirigente dell’ Isfol, esperto di formazione professionale;
GIOVANNI BELARDELLI, storico e editorialista del “Corriere della Sera”;
GIULIO FERRONI, docente di letteratura italiana;
LORENZO STRIK LIEVERS, docente di didattica della storia, già senatore della Repubblica;
LUCA SERIANNI, linguista e accademico dei Lincei;
MARCELLO DEI, docente di sociologia e autore di Ragazzi si copia. A lezione di imbroglio nella scuola italiana;
MICHELE ZAPPELLA, docente di neuropsichiatria infantile;
PAOLA MASTROCOLA, insegnante, scrittrice e collaboratrice del “Sole24Ore”;
PAOLA TONNA, coordinatrice dell’Apef (Associazione Professionale Europea Formazione)
PAOLO CARETTI, docente di diritto costituzionale;
PAOLO PADOIN, già Prefetto di Firenze;
PIER VINCENZO ULERI, docente di Scienza della politica;
REMO BODEI, docente di filosofia all'University of California, Los Angeles (UCLA);
RENZA BERTUZZI, Responsabile di redazione di “Professione Docente”, organo della Gilda degli insegnanti;
RINO DI MEGLIO, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti;
ROBERTO TRIPODI, presidente dell’Associazione Scuole Autonome della Sicilia;
VITTORIO EMANUELE PARSI, politologo e editorialista del “Sole24Ore”.

Elenco completo dei firmatari

I commenti dei firmatari

giovedì 30 giugno 2016

PREMI AGLI INSEGNANTI? PRIMA BISOGNEREBBE COLPIRE IL DEMERITO

(“Corriere Fiorentino", 30 giugno 2016)

Cresce il numero dei Collegi dei docenti che rifiutano il bonus destinato a premiare i migliori di loro e che chiedono di destinarlo a migliorare i sussidi didattici. Pur attenendomi alla legge, evitando di destinarlo a scopi da essa non previsti, mi trovo d’accordo con il Comitato di valutazione della mia scuola. Il comitato chiede di destinarlo non a pochi ma a un buon numero di docenti che hanno lavorato bene e con impegno, contribuendo a migliorare la qualità della didattica. Tuttavia, insieme al dovere di rispettare la normativa, mi preoccupo da tempo di sollecitare un’ inversione di rotta a proposito di una misura che mi appare come uno sperpero di denaro pubblico destinato, al di là delle intenzioni, a peggiorare la condizione della scuola e dei suoi docenti anziché migliorarla.
Credo infatti che sia sbagliato e improduttivo cercare d’individuare i migliori docenti secondo parametri decisamente inadeguati quali quelli previsti dalla L. 107, dato il rischio di demotivare quegli insegnanti che pur lavorando con passione e competenza ne rimangono esclusi. Non dimentichiamo inoltre che la cifra lorda a disposizione delle scuole è veramente un'elemosina, anche qualora il bonus si decida di darlo a una ristretta minoranza. Non è questa la strada per far fare un salto di qualità alla scuola italiana. Né lo farebbe la sanità se si affidasse a un dirigente coadiuvato da un comitato, in genere sindacalizzato, il compito di differenziare nelle corsie ospedaliere i medici bravi da quelli meno bravi. Quello che occorre nelle scuole e nel pubblico impiego è colpire invece in tempi rapidi il demerito che è, al contrario del merito, molto più facile da individuare. Un docente inadeguato di sicuro fa dei danni enormi, spesso definitivi, nella formazione dei ragazzi. Purtroppo, anche se minoranza, docenti del genere esistono e attualmente si può fare molto poco per cacciarli definitivamente dal loro ruolo, perché sono tutelati da normative ipergarantiste, da generose sentenze di giudici del lavoro e anche da dirigenti scolastici impreparati o neghittosi o convinti che attraverso “il dialogo” si possa tutto, anche far diventare bravi docenti persone prive di preparazione adeguata, di carattere adatto ad insegnare o di volontà a farlo. Ma se premiare i migliori non migliora la scuola, esiste invece la necessità di individuare i docenti in grado di farsi carico di altri ruoli e di altre funzioni rispetto all’insegnamento. Figure destinate a coadiuvare a tempo pieno i dirigenti, a coordinare i dipartimenti (tra cui uno dedicato al sostegno), a occuparsi di alternanza scuola-lavoro, di orientamento, di aggiornamento, oppure della formazione dei futuri docenti anche con distacchi presso l’università. Docenti a cui dovrebbe essere legittimato uno stipendio naturalmente diversificato.
Questo permetterebbe di andare verso una vera e propria carriera degli insegnanti che, utilizzando competenze organizzative e progettuali presenti nelle scuole, possa finalmente valorizzare al massimo ogni comunità scolastica. Per ora, pur interpretandola, applichiamo la legge. Questa è la democrazia e questo si deve insegnare ai ragazzi.

Valerio Vagnoli