giovedì 19 aprile 2018

BASTA BUONISMO, SERVE CREDIBILITÀ


“Corriere Fiorentino”, 19 aprile 2018
“Chi è che comanda, eh! Chi è che comanda?... Si inginocchi!” urla il ragazzo dell’Istituto commerciale di Lucca al suo professore, mentre c’è chi riprende la scena col telefonino (alla faccia del suo “uso didattico”). E il possessivo “suo” ha qualcosa di sinistro in questa vicenda, visto che l’allievo si rivolge al docente come fosse appunto proprio suo, cioè alle sue dipendenze e sottomesso alla sua volontà. L'episodio è forse il più grave dei molti altri di queste settimane, perché sembra non avere nulla di estemporaneo, ma sia stato quasi preparato per metterlo in scena alla prima occasione. E in una scuola seria l'occasione per dare un’insufficienza a un ragazzo non è infrequente, specie con gli allievi poco responsabili, come non deve mancare l'opportunità di richiamarlo a un comportamento rispettoso dell'insegnante e di tutta la comunità scolastica. Se questa eventualità diventa fonte di paura per i docenti per le possibili reazioni di qualche allievo, siamo davvero al collasso della funzione educativa della scuola. Temo che fatti di questo genere, che si ripetono non solo per il meccanismo dell’emulazione, ma anche, e forse soprattutto,  per la mancanza di conseguenze importanti per i colpevoli, non siano destinati a diminuire né tantomeno a cessare se non si daranno finalmente risposte forti sul piano educativo. Soprattutto sarebbe opportuno che la finissimo con i piagnistei di certa compiaciuta pedagogia del “dialogo” che ha in orrore le sanzioni e che da troppi decenni sembra dominare la politica scolastica e ha letteralmente messo le tende nella burocrazia ministeriale e fra i responsabili scuola di tutti (ma proprio tutti) i partiti. La tendenza di questi decenni è sempre stata quella di colpevolizzare i docenti, considerati sempre responsabili dei risultati negativi, anche sul piano comportamentale, dei loro studenti. “La bocciatura è sempre un fallimento della scuola”: ecco la parola d’ordine regolarmente usata di fronte all’insuccesso scolastico. Un’affermazione che, salvo casi sporadici, le organizzazioni dei docenti e dei presidi si son sempre guardati bene dal contestare. Qualunque cosa accada di negativo all'interno di una classe o al singolo allievo, la colpa per la pedagogia corrente è sempre e soltanto della scuola e la scuola, intesa come comunità di educatori, ha finito con il convincersene. Non c’è da meravigliarsi se alla fine qualcuno ne trae le conseguenze.
L'altro problema è che il buonismo, sotto cui si cela spesso il sottrarsi al proprio ruolo educativo, ha probabilmente contribuito a deresponsabilizzare non pochi docenti; i quali – dai  e dai – hanno forse concluso che il quieto vivere è preferibile alle lotte contro i mulini a vento. E i mulini a vento sono appunto i dogmi ideologici che in questo senso hanno vinto, lasciando intendere ai genitori più prepotenti e ai loro figli educati come piccoli narcisi, ignari del principio di realtà, che tutto è lecito e che la scuola non vale nulla. Come non vale nulla, aggiungo io, qualsiasi istituzione che permetta di farsi beffe di lei. Dalla mia personale esperienza posso trarre poche certezze in assoluto, ma ho pochi dubbi sul fallimento educativo di gran parte dei colleghi troppo “comprensivi”. Quei docenti, tanto per intenderci che non riescono a dare insufficienze o che rifiutano per principio di alzare la voce o di comminare sanzioni disciplinari. Eppure esse, naturalmente se appropriate, rappresenterebbero un messaggio educativo prezioso per aiutare i ragazzi irresponsabili a rendersi conto che vincere nella vita non significa imporsi con la prepotenza.  
L'emergenza mi sembra sia oltre il livello di guardia ed è davvero opportuno che i dirigenti e i docenti considerino il problema della condotta tra quelli da affrontare immediatamente nei loro collegi. Il Ministero dell’Istruzione, per parte sua, dovrebbe garantire (almeno quella!) la tutela legale dei docenti e mettere in atto tutte le misure opportune in presenza di gravi offese nei loro confronti da parte di allievi e di genitori. Ne va della dignità e della credibilità della scuola, che deve ritrovare la forza per salvaguardare il ruolo, culturale e educativo, che la collettività le assegna. E ne va anche della sua dignità, che è anche quella dell’intera società!
Valerio Vagnoli

giovedì 12 aprile 2018

LA SVOLTA MANCATA DEI PROFESSIONALI

L’annuale Rapporto dell’Istituto Toniolo sulla condizione dei nostri giovani conferma ancora una volta, rispetto a quella di altri Paesi europei, un dato davvero sconfortante.
E cioè l’alta e sempre più insostenibile percentuale dei cosiddetti Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati nello studio o nel lavoro o in percorsi formativi. In Italia si attesta al 26% rispetto alla media Ue del 15,6%. Soprattutto si conferma come questi giovani provengano in maniera pressoché totale da famiglie meno abbienti soprattutto del Sud. Il timore, direi quasi la certezza, è quello di vedere questi numeri, che corrispondono a oltre 2 milioni di giovani, crescere inesorabilmente anche nei prossimi anni.
Uno dei motivi di questo pessimismo deriva dalla recente revisione degli istituti professionali. Ci aspettavamo che il ministero finalmente ponesse almeno qualche rimedio al loro progressivo snaturamento. Invece, dopo un anno di lavoro di una commissione ad hoc, si è dovuto constatare come la situazione sia addirittura peggiorata. Ci si è limitati infatti a un intervento di pura facciata che lascia più o meno le cose come erano (troppe materie-poca pratica), salvo aggravare il carico burocratico delle singole scuole che è, oggettivamente, al limite del collasso.
La mobilità sociale, che è un caposaldo di qualsiasi società liberale e anche la miglior garanzia perché le democrazie si mantengano tali, va, per i meno abbienti, estinguendosi. Al pari, verrebbe da dire non a caso, della qualità delle nostre scuole professionali. A dimostrazione di ciò, si registra la progressiva nascita, soprattutto in alcuni indirizzi professionali, di corsi privati post-diploma, con lo scopo di formare sul serio al lavoro i tanti giovani che dopo cinque anni di scuola sono ancora lontani dal possedere le competenze necessarie per poter svolgere una professione; quando non si tratta addirittura di doverli correggere dal punto di vista del comportamento e dell’educazione. Il che rende spesso ancora più difficile e faticoso a quell’età recuperarli a un lavoro realmente qualificato, al senso di responsabilità e alla consapevolezza dei loro doveri, beninteso unita a quella dei propri diritti. Senza contare che, in mancanza di un compiuta professionalità — che comprende la necessaria maturazione umana — i ragazzi rischiano, come alternativa alla disoccupazione, di finire alle dipendenze di datori di lavoro inaffidabili e disinteressati a investire sul cosiddetto capitale umano.
Ovviamente questi corsi sono a pagamento e perciò non aperti a chi non può permetterseli. Insomma, il sistema si avvita sempre di più e gli «ultimi» saranno inesorabilmente esclusi dalla possibilità di veder cambiato in meglio il loro destino, grazie anche a scuole professionali e tecniche che da decenni sono progressivamente venute in gran parte meno alla propria vocazione. Scuole che affogano inoltre in una burocrazia oramai elefantiaca, spesso nella retorica di una pseudo-inclusione e nella necessità di dare occupazione a una miriade di precari storici, arrivati alla cattedra senza più entusiasmi e passione, che sono per la qualità della scuola elementi imprescindibili. Come è imprescindibile non rinunciare a darle un senso. Purché non sia quello del parcheggio.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 11 aprile 2018

venerdì 30 marzo 2018

LETTERA ALLA MINISTRA FEDELI SULLE RECENTI AGGRESSIONI AI DOCENTI


Gentile Ministra Fedeli,
negli ultimi mesi abbiamo letto di ripetute aggressioni ai docenti da parte degli allievi: coltellate, testate, pugni, spinte, derisioni di gruppo. Poco importa quale sia la versione corretta di quanto successo in una scuola di Alessandria: il fatto che un’insegnante, per di più con difficoltà di movimento, sia stata circondata e derisa, oltre che filmata, da un’intera classe basta e avanza per parlare di un episodio ripugnante, che in altri paesi, ammesso che potesse accadere, sarebbe costata ai colpevoli l’espulsione dalla scuola.
Ancora una volta, però, si risponde a un comportamento gravissimo con misure assolutamente inadeguate a rendere consapevoli della sua gravità sia i responsabili, sia gli altri ragazzi. È stato infatti comminato un mese di sospensione, ma – ahimè – “con obbligo di frequenza”: un’assurda consuetudine incredibilmente affermatasi negli ultimi anni in molte scuole. E non sarà certo in quel mese l'ulteriore “pena” di svuotare i cestini della carta a dare a questi ragazzi la misura di quello che hanno fatto.
Dai noi è quasi la regola che simili episodi di violenza vengano seguiti da misure disciplinari irrisorie. A questa incapacità del mondo scolastico di punire in modo esemplare si aggiunge spesso una reazione a nostro parere insufficiente dei vertici dell'amministrazione scolastica a sostegno dei docenti fatti oggetto di aggressioni sia da parte di genitori che di studenti. Sarebbe giusto, ad esempio, che il ministero si costituisse parte civile negli eventuali processi penali, qualora non siano i presidi a farlo, come pur dovrebbe accadere. 
I fatti più gravi che arrivano sui giornali si radicano tuttavia in una diffusissima mancanza di disciplina, cioè di maturità, di autocontrollo, di rispetto per gli altri. La cosa non sorprende, dato che negli ultimi decenni, per un malinteso antiautoritarismo, la fermezza nel far rispettare le regole, essenziale per la formazione dei giovani e per creare il clima sereno necessario all’apprendimento, è stata in ogni modo scoraggiata dal governo della scuola. A riprova, di recente è stato da Lei abolito il voto di condotta, insieme alla (remota) possibilità di ripetere l’anno a causa dell’indisciplina (resta in teoria possibile – ma  sottoposta a troppe condizioni – solo per reati gravissimi contro la persona). Un provvedimento a cui è contrario il 68% degli italiani (sondaggio dell’Istituto Eumetra MR). Solo silenzio, invece, da parte di tutte le forze politiche, nessuna esclusa.
È evidente la necessità di cambiare rotta senza tentennamenti. Ci auguriamo che lo faccia il prossimo governo con il sostegno dell’opposizione. Le possiamo però ancora chiedere, gentile Ministra, di invitare gli istituti scolastici a non ridicolizzare il fine educativo della sospensione dalle lezioni aggiungendovi, con qualche poco impegnativo lavoretto, l’obbligo di frequenza: misura evidentemente contradditoria e intrisa di ipocrisia, che palesemente rappresenta agli occhi degli studenti la fragilità di educatori incapaci di quella fermezza che spesso proprio i ragazzi più problematici ci chiedono. E che ci chiede la società del futuro per la quale lavoriamo e alla quale vorremmo evitare il rischio di essere dominata dai prepotenti e dai violenti, abituati a esserlo perfino dalla scuola.
Michele Zappella, neuropsichiatra infantile, Foundation for Autism Research, New York, Usa
Sergio Casprini, docente di storia dell’arte, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Andrea Ragazzini, docente di storia dell’arte, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Giorgio Ragazzini, docente di Lettere, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Valerio Vagnoli, dirigente scolastico, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

mercoledì 28 marzo 2018

I NUOVI PROFESSIONALI NASCONO VECCHI, COSÌ IL MIUR AIUTA L’ABBANDONO

In questi giorni il Miur ha reso nota la nuova struttura degli istituti professionali, le scuole che fino a qualche decennio fa costituivano uno dei punti di forza della nostra crescita economica e culturale perché insegnavano bene un mestiere di cui c'era richiesta. Purtroppo — lo denunciamo da tempo come Gruppo di Firenze — negli ultimi venticinque anni sono stati progressivamente snaturati, tagliando le ore di laboratorio, indispensabili per acquisire con la pratica la competenza professionale, e riempiendo il percorso di studio di un numero di materie assolutamente intollerabile.
La revisione licenziata dalla commissione ministeriale presenta pochissimi pregi (tra questi l'aver opportunamente aumentato il numero degli indirizzi), mentre conferma, e in parte addirittura peggiora, i difetti di cui sopra. Si è persa così l'occasione, se non di risanare, almeno di correggere la causa principale degli insuccessi e degli abbandoni (la cosiddetta "dispersione"): e cioè la grande distanza tra le aspettative di chi sceglie queste scuole e una realtà fatta di troppa teoria e di insufficiente esperienza concreta.
Non è necessaria una laurea in pedagogia per capire che una scuola strutturalmente dispersiva non può che "disperdere" i propri ragazzi. Ci voleva, quindi, il coraggio di ristrutturare l'orario a favore delle materie "professionalizzanti" e delle relative esercitazioni. E lo si doveva fare con norme nazionali valide per tutti.
Si è invece scelto una soluzione molto italiana, quella di scaricare questo compito sulle singole scuole. Le materie restano tutte, inutilmente accorpate in assi culturali, ma ciascuna scuola potrà decidere in che misura penalizzarne alcune per valorizzarne altre. Tutto ciò, però, sarà possibile solo a patto che non si determinino cambiamenti negli organici. Vale a dire che si potrà cambiare qualcosa purché gli insegnanti non perdano il posto. Pertanto sicuramente quasi nulla cambierà, come se in gioco non ci fosse il futuro dei ragazzi e del nostro Paese, ma — appunto — il nulla.
Nel tentativo di limitare la dispersione, il decreto impone, inoltre, l'adozione di una metodologia che favorisca un insegnamento sempre più personalizzato, come se nei professionali già non si concentrasse un numero elevatissimo di disabili, di ragazzi con "bisogni educativi speciali" (Bes) e di quelli con problemi, veri o presunti, di dislessia, disgrafia, discalculia: tutti allievi per i quali è da tempo obbligatoria una didattica — appunto — "personalizzata" (che, tra l'altro, in non pochi casi si risolve in un puro e semplice abbassamento del livello di preparazione).
A completare il quadro, il testo declina e parcellizza, nella solita anti-lingua ministeriale, una sfilza di competenze, abilità e conoscenze, di formule astratte ed enfatiche che dirigenti e insegnanti dei professionali non potranno, una volta di più, che rassegnarsi a subire (o a ignorare).
Valerio Vagnoli, “ilsussidiario.net”, 28 marzo 2018

venerdì 23 febbraio 2018

DOCENTI INADEGUATI, ECCO QUALCHE ESEMPIO

Alcuni colleghi hanno commentato negativamente l’articolo Il modo più giusto, e più utile per la scuola, di riconoscere il merito consiste nel sanzionare il demerito.  In particolare suscita dubbi la necessità di togliere dall’insegnamento chi non è chiaramente all’altezza dal punto di vista didattico. Per esempio, potrebbe succedere "che venga premiato chi applica alla lettera gli ordini di livellamento verso il basso e l'utilizzo di tecnologie digitali”. Per ragionare correttamente è  indispensabile non farlo in astratto, ma immaginare di trovarsi in quella situazione come genitore di un allievo. Così facendo le pur comprensibili ragioni del “lato umano”  della faccenda difficilmente impediranno di valutare il grave danno che una classe subisce. Per facilitare la riflessione in proposito, ripubblichiamo una piccola scelta fra  i molti casi dei due tipi di carenza che ci sono stati segnalati nel tempo o di cui abbiamo avuto esperienza diretta. Alcune testimonianze sono in prima persona. 


Il docente che subornava gli allievi
Insegnante con già due provvedimenti disciplinari e un’ispezione. Impegnato politicamente, consigliere comunale nella cittadina di residenza. In occasione delle nuove elezioni comunali, fa propaganda in classe e insiste per avere firme di sostegno alla sua lista. Lo fa in particolare con un ragazzo molto timido, che resiste a lungo, poi, preso da parte, acconsente per soggezione. Scopre poi che ha firmato invece l’accettazione di una candidatura ed entra in crisi, non vuole più venire a scuola. I compagni informano il dirigente, che lo chiama e lui confessa che ha paura, soprattutto  di ritorsioni. Data la gravità del caso, il Ds invia tutto all’ufficio scolastico provinciale, che propone 3 giorni [sic] di sospensione al CNP, che ne propone invece  7, fatti propri dall’Usp. Il docente non fa ulteriore azione. Il docente, che si è sempre caratterizzato per neghittosità, irresponsabilità e incompetenza, è per alcuni ragazzi una persona divertente, mentre altri sopportano per paura di ritorsioni. Ritorsioni che effettivamente sono state provate e certificate  in un episodio di qualche anno prima.
Successivamente il docente si ripete nel candidare a loro insaputa per un’altra elezione amministrativa locale, alcuni studenti, che si recano dal dirigente, che invia tutto all’Usp, al quale però basta la testimonianza di una collega dell’accusato per decidere di non procedere. Contemporaneamente però i ragazzi vanno anche dai carabinieri ed è in corso un processo penale.

Il docente impreparato e aggressivo
Veniamo a un insegnante delle superiori, gravemente disturbato sul piano relazionale e impreparatissimo nella sua disciplina, tanto che le sue lezioni consistono nella lettura del libro di testo senza spiegazioni, non essendo il docente in grado di rispondere alle domande degli allievi. La prima sanzione è stata per gravi offese nei confronti degli studenti, malgrado i richiami del ds a una maggiore correttezza. Per di più, dopo mesi dall’inizio dell’anno scolastico, non aveva ancora consegnato la programmazione. Il ds segue l’iter previsto dalle leggi in merito di sanzioni (richiamo scritto, censura, sospensione). Dopo la prima contestazione l’insegnante reagisce con ulteriore violenza verbale e colpevolizzazione nei confronti degli studenti. Tra l’altro offende gravemente un’allieva solo perché gli aveva chiesto spiegazioni su un argomento della sua disciplina. Si segnala anche per la ritardata riconsegna dei compiti (in un caso si arriva a quasi tre mesi). Gli viene comminata la sospensione massima che può essere inflitta da un ds (dieci giorni). Lui continua nelle offese e nelle minacce, uno studente viene addirittura spintonato. Una ragazza ha avuto un attacco di panico e si è rifiutata di tornare in classe per diverso tempo. Tutto documentato. Viene sospeso per due mesi, poi, trasferito a un’altra scuola, dove si sa per certo che ha continuato a comportarsi così, senza che sia stato preso alcun provvedimento disciplinare. 

Il docente che fingeva di fare i corsi di recupero
Teneva i corsi di recupero pomeridiani, ma in realtà mandava via i ragazzi dopo dieci minuti. L’anno dopo cambia scuola e passa di ruolo. I dirigenti non si preoccupano nemmeno di chiedere se aveva avuto provvedimenti disciplinari. Non ha quasi mai fatto lezione in classe.
Il docente che non va a lavorare
In un liceo di Napoli non c’è la palestra e si va a fare educazione fisica in un’altra scuola. Un insegnante si fa dare le ultime ore di sabato e dice ai ragazzi di non venire a scuola, quindi il sabato non va mai a lavorare. Il tutto ovviamente con la complicità del dirigente e anche dei custodi. Prassi, ci si dice, molto diffusa nella zona. Insieme a un’altra (pure presente nello stesso liceo): a aprile molti docenti dicono ai ragazzi che possono anche non venire più a scuola, tanto i giochi sono fatti. E le classi si spopolano. Stessa cosa per il mese di giugno almeno in una scuola materna: le mamme sono invitate a tenere a casa i figli.
Il vicepreside molestatore
Si tratta di un caso molto grave, tanto per il  merito, quanto per l’assoluta assenza di conseguenze  sul piano disciplinare. Il caso è riportato in un documento della Corte dei Conti del 2006  ed  è  anche una diretta conoscenza di chi scrive, essendosi verificato nel liceo dove allora insegnavo. 
Si legge nel documento della Corte dei Conti: «In altra fattispecie, la pratica disciplinare di un condannato per atti di libidine violenti e atti osceni è stata automaticamente archiviata. Si tratta del dipendente STOB, condannato con sentenza patteggiata n. 239/98 del Tribunale penale di Firenze, alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione (pena sospesa), perché riconosciuto colpevole di aver compiuto numerosi atti di libidine violenta nei confronti di diverse alunne, dopo averle convocate nell’ufficio di presidenza del Liceo, in qualità vice preside, ovvero nella pubblica via, all’interno di una autovettura.
Sulla base di tale sentenza, veniva instaurato il procedimento disciplinare, che contestava al docente le gravissime violazioni ai doveri d’ufficio, già oggetto del giudicato penale.
Il procedimento in parola, tuttavia, si è concluso con la determinazione di archiviazione assunta autonomamente dal Provveditore, senza  richiedere il parere del competente organo collegiale consultivo, la quale “...trova fondamento, preliminarmente, nel notevole lasso di tempo che è ormai trascorso dalle circostanze che diedero luogo al procedimento penale, con la conseguenza che la continuazione dell’azione disciplinare stravolgerebbe le finalità che sono connaturate all’istituto.(!) Si deve, inoltre, dare atto della considerazione che meritano le attestazioni e l’apprezzamento per il particolare e notevole impegno profuso in questi anni come collaboratore del capo d’Istituto e responsabile dei vari settori del Liceo”.
A fronte della gravità dei reati contestati le motivazioni addotte dal Provveditore dell’epoca per archiviare la pratica risultano  assolutamente stupefacenti, mentre si deve constatare che a quella data erano ormai passati 8 anni dai fatti e ben 3 dalla condanna penale, con il docente STOB che aveva tranquillamente continuato a insegnare e a fare il vice-preside, come se niente fosse accaduto (e come se niente potesse ancora accadere).  All’interno dell’Istituto la cosa era del resto a conoscenza di poche persone, fra queste il Dirigente Scolastico, il quale però continuò  a confermarlo nel ruolo di collaboratore vicario. Successivamente accettò che divenisse il responsabile del CIC  (Centro Informazione e Consulenza), al quale gli studenti si possono rivolgere  per parlare di loro problemi  personali. Inutile sottolineare quanto questo ruolo fosse compatibile con una condanna per violenze sessuali.
La cosa continuò a passare sotto silenzio ancora per qualche anno, fino al 2006, anno in cui la Relazione della Corte dei Conti fu letta da qualche giornalista che, accertata l’identità del docente, pubblicò  su  Repubblica un articolo sul caso, durante il periodo degli Esami di Stato. A settembre il Dirigente apparve chiaramente intenzionato a continuare a far finta di nulla, anche dopo  un colloquio con me e un mio collega, in cui facemmo presente la situazione imbarazzante in cui si trovava la scuola. Solo quando un anonimo “Pasquino”  incollò  sui muri di fronte alla scuola alcune copie dell’articolo di Repubblica, il docente STOB  decise di prendere un anno di aspettativa e successivamente di andare in pensione.
La docente disturbata
A cominciare dal 1994, in una scuola media toscana,  è stata più volte oggetto di lamentele da parte dei genitori in quanto largamente inadeguata, soprattutto sul piano relazionale, oltre al fatto che spessissimo arrivava in ritardo alla prima ora. Soffriva di depressione e prendeva farmaci, per cui a volte si addormentava in cattedra. Molti allievi, anche portati per la materia, finivano per demotivarsi, anche per lo stress provocato dai frequenti urli della docente. Più volte è stata oggetto di ispezioni e di provvedimenti disciplinari per i ritardi. Nulla però di decisivo è stato ottenuto, anche per la assoluta indisponibilità della docente a intraprendere percorsi di miglioramento. Nel 2012, infine, una nuova dirigente l’ha praticamente costretta a chiedere una visita medica che l’ha riconosciuta inidonea all’insegnamento. Per risolvere il problema ci sono quindi voluti diciotto anni. E in ognuno di questi anni ha avuto da duecento a duecentocinquanta allievi. Due anni dopo è stata riammessa all’insegnamento.

La docente ritardataria e incapace
Una collega (a tempo indeterminato) della mia materia, residente a oltre un’ora di treno da Roma (da Roma Termini, dalla quale la nostra scuola dista trenta minuti di metro più altri dieci a piedi) era assente almeno il 40% delle volte oppure arrivava in ritardo. Quando era in classe, l’anarchia era assoluta ed era abbastanza noto a tutti che non insegnava gran che. Nessun provvedimento è mai stato preso.

La docente che lanciava caramelle
Ricordo una collega di Italiano e Latino che nel primo anno nel quale ho insegnato era precaria e poi ho ritrovato in un altro liceo come docente a tempo indeterminato. Ha sempre avuto comportamenti stranissimi anche con i colleghi e ancor più con gli alunni. Un episodio che ancora ricordo dal primo anno: arrivata in classe con un sacchetto colmo di caramelle, le offriva ai ragazzi e a quelli che rifiutavano le lanciava addosso. Negli anni successivi ho avuto più volte classi in comune con lei e ho sempre notato che aveva effetti deleteri sul comportamento del gruppo. Dava compiti a casa del tipo: disegnare Renzo, Lucia e Don Abbondio (in un Liceo scientifico). Naturalmente era famosa anche lei tra colleghi e alunni. Nei confronti di questa insegnante vi furono più volte rimostranze e ricorsi, sin dal primo anno che la conobbi, quand’era ancora precaria, ma sempre senza esito. Ha, verosimilmente, dei problemi psichiatrici. Ma deve essere proprio la scuola a sostenere con uno stipendio persone socialmente disadattate che poi vanno a danneggiare dei giovani?

I docenti che non insegnano una materia
A proposito del puntuale svolgimento dei programmi è piuttosto diffuso tra gli insegnanti che insegnano più di una materia (Italiano e Storia, Matematica e Fisica, Storia e Filosofia etc.) trascurare una delle due a favore dell’altra, in qualche caso in una misura tale da recare un danno grave ai propri allievi.  Ricordo in particolare i casi di due colleghi. Il primo insegnava Italiano e Storia e dichiarava “apertis verbis” di non avere interesse per la storia e di conseguenza un’adeguata preparazione in questa materia. Così dedicava la grande maggioranza delle ore a disposizione alla letteratura italiana. Non mancarono le proteste da parte di alcuni ragazzi ( e delle loro famiglie) che giustamente si sentivano privati di un loro diritto e soprattutto nelle ultime classi, per il timore di arrivare impreparati alla Maturità (almeno nei periodi in cui gli esami prevedevano dei commissari esterni). Ho personalmente assistito alle rimostranze che i rappresentanti di classe facevano a questo docente, che rispondeva negando gli addebiti con fastidio  e imbarazzo. Questo comportamento si è protratto per moltissimi anni, senza che fossero presi  concreti provvedimenti, al di là di blandi richiami.
L’altro caso riguardava un’insegnante di Matematica e Fisica, la quale  dichiarava senza alcuna remora che, essendo lei laureata in Matematica, di Fisica sapeva assai poco. In questo caso non mi risulta che nemmeno ci siano stati da parte del Dirigente i blandi richiami di cui sopra. E non c’è dubbio che la maggior parte dei colleghi, essendo al corrente di questi comportamenti  e constatando che nessuno si preoccupa di contestarli, finisca per considerarli  inevitabili e quasi fisiologici, insieme al prezzo che per questo pagano gli studenti.
L’insegnante militante in nome della libertà d’insegnamento
Il docente *** di un Liceo di Firenze, insegnante di storia e lettere, nei molti anni della sua presenza in tutte le classi per una sua visione pedagogica ed ideologica ha svolto il suo programma didattico senza tener in alcun conto né  le indicazioni ministeriali né gli obiettivi didattici approvati dai consigli di classe, dalle riunioni per materie, dai collegi dei docenti.
In sintesi:
¬  Discussione di temi di attualità al posto del programma di storia
¬  Studio della semiologia e dello strutturalismo al posto della storia della letteratura
¬  Niente studio individuale, ma lavoro di ricerca
¬  Niente compiti d’italiano in classe, niente interrogazioni
¬  In sede di valutazione  era garantito a tutti il voto di sufficienza, al massimo qualche sette,  in nome dell’eguaglianza contro  discriminazioni meritocratiche
¬  Nella stessa logica antigerarchica dava il lei ai suoi studenti e si faceva dare del tu.
¬  Nel 2006 è andato tranquillamente in pensione per raggiunti limiti di età e di servizio senza che i richiami della dirigenza ed alcune ispezioni ministeriali abbiano modificato il suo comportamento professionale.

I docenti che fanno copiare agli esami
All' apertura del plico contenente il testo della seconda prova la prof in esame si è offerta di fare le fotocopie e ne ha fatta sicuramente qualcuna in più per darla al complice di turno che ha risolto, anche con l'aiuto di internet, il compito, tant'è che le soluzioni erano tutte vergognosamente uguali, addirittura contenevano le stesse parole. Al mio disappunto e relativa correzione con voto non di eccellenza la signora in questione mi diceva "Ma puoi provare che questo compito è copiato?", "Attenzione che poi partono i ricorsi", "La ragazza ritiene di aver svolto il compito correttamente e si aspetta 15 al massimo 14, non puoi darle di meno!" Ad ogni orale la squallida figura usciva, dopo la determinazione del voto a raccontarlo ai suoi protetti e così ha fatto con le prove scritte. Dove è andato a finire il nostro ruolo di educatori innanzi tutto, prima ancora di (a questo punto inutili) insegnanti?
Una conoscente assolutamente affidabile mi ha raccontato quanto segue. In un importante liceo scientifico romano, suo nipote - che ha avuto un premio nelle Olimpiadi matematiche - durante la prova di matematica alla maturità è stato invitato dall'insegnante "sorvegliante" a svolgere il suo compito seduto alla cattedra. L'insegnante è il vice-preside. Alla fine dello svolgimento l'insegnante ha preso il testo del ragazzo e l'ha distribuito a tutti. Nella prova di latino l'insegnante ha scaricato la versione da Internet e l'ha distribuita. Direi che l'uso di mezzi informatici viene fatto dagli insegnanti e non dai "nativi digitali". Tanto per confermare che è facile evitare che gli studenti scarichino dalla rete durante le prove, per cui lo fanno in loro vece i controllori.
Nella scuola  statale dove mi trovo per gli esami ho potuto notare come alcuni colleghi durante la prova di italiano si sono messi a fare ricerche al computer della scuola per riuscire ad elaborare temi per gli allievi che cercavano (e in parte ci sono riusciti) di passare ai candidati.

Sulle difficoltà di sanzionare il demerito, si può leggere una nostra analisi sul sito del senatore Ichino: http://www.pietroichino.it/?p=47497 

mercoledì 21 febbraio 2018

GLI IMPRESENTABILI DELLA SCUOLA – Prof, sindacati, nuovo contratto

(“Corriere Fiorentino”, 18 febbraio 2018)
Com’era prevedibile, il nuovo contratto della scuola è stato siglato prima delle elezioni. I tempi per la firma definitiva forse non ci sono, ma il più è fatto. La missione affidata alla Ministra, quella di ricucire il rapporto con i sindacati, in particolare con i confederali, e di recuperare una parte del consenso perduto a causa del malcontento suscitato dalla legge 107 (quella della Buona Scuola) tra gli insegnanti, sembra avere avuto successo. Tra le norme più avversate c’erano quelle che davano ai dirigenti scolastici un ruolo di maggior responsabilità anche per quanto riguardava la valorizzazione dei docenti e il loro utilizzo all'interno della vita scolastica. Si era anche avviata una strategia finalizzata a premiare il merito attraverso un fondo che ciascun dirigente, attenendosi a dei criteri stabiliti da un Comitato di Valutazione, avrebbe dovuto distribuire ai docenti “migliori”. Una strategia che in realtà non è in grado di innalzare la qualità media dei docenti. I migliori sono già bravi indipendentemente dall'elemosina premiale, che inoltre rischia di creare frustrazione in quei docenti bravi ai quali viene negata. Con le nuove norme contrattuali, peraltro, una parte del fondo sarà inopportunamente sottoposto alla contrattazione sindacale.
L’alternativa a questa impostazione è duplice: da un lato riconoscere il merito di chi fa almeno decorosamente il proprio lavoro, una grande maggioranza, sanzionando finalmente chi non lo fa. Dall’altro creare una possibilità di fare carriera all'interno delle scuole, onde permettere, attraverso concorsi e titoli, di accedere a compiti al di fuori dell'insegnamento, sempre più necessari se non si vuole sovraccaricare i dirigenti, come attualmente succede. Nella legge 107 c’erano elementi realmente utili nel valorizzare la qualità delle nostre scuole, a partire dall'obbligo da parte dei docenti di rimanere almeno per tre anni nelle sedi assegnate per poter garantire la continuità didattica. E finalmente si era pensato a un organico d'istituto, una sorta di organico allargato per avere dei docenti da utilizzare ad esempio per corsi di recupero, divisione delle classi in gruppi, organizzazione di progetti utili ad arricchire l'offerta formativa e altro ancora. Ma anche su questo aspetto, per certi versi quasi rivoluzionario, non mancano i soliti limiti: alle scuole vengono assegnati, anziché i docenti richiesti e davvero utili, quelli perdenti posto, complicando così le cose al dirigente che spesso non sa a che santo votarsi per trovargli qualcosa da fare, salvo le supplenze temporanee (succede per esempio ai tanti docenti di diritto, una delle classi di concorso in forte esubero). Con quanto si prevede nel nuovo contratto, salvo per ciò che concerne l'organico d'istituto, tutte le novità emerse nella Buona scuola vengono fortemente contenute a partire dal ruolo dei presidi nella gestione del personale, anch'esso d'ora in poi sottoposto a un confronto tra le parti. È senz'altro molto positivo l'aver inserito nel contratto l'obbligo di licenziare i docenti per molestie sessuali e per dichiarazioni false, per esempio nelle domande di trasferimento. Avrei poi apprezzato che ci fosse stata una maggiore estensione del demerito che, finalmente normato chiaramente all'interno del contratto nazionale, possa limitare le attuali lungaggini burocratiche che finiscono per scoraggiare anche i presidi più rigorosi dal perseguire chi si comporta male. Il Gruppo di Firenze ha di recente presentato alla Ministra una sorta di decalogo in proposito. Entro luglio, si è detto, il contratto verrà integrato con una sezione disciplinare, in modo da garantire che non ci siano più docenti “impresentabili”. Non è più accettabile che una minoranza di incapaci e neghittosi continui a far danni irreparabili, soprattutto a quei ragazzi che non hanno alle spalle la possibilità di poter recuperare ciò che la scuola non gli garantisce. Sarebbe davvero molto bello che le organizzazioni sindacali se ne facessero apertamente garanti.
Valerio Vagnoli

martedì 13 febbraio 2018

IL MODO PIÙ GIUSTO, E PIÙ UTILE PER LA SCUOLA, DI RICONOSCERE IL MERITO CONSISTE NEL SANZIONARE IL DEMERITO. ALCUNE PROPOSTE

La strategia finora scelta in tema di valutazione, quella di premiare “i migliori” senza avere il coraggio di intervenire sui peggiori (quale che sia la loro percentuale), è sbagliata per più di un motivo. Non innalza la qualità media dei docenti: per definizione i migliori erano già bravi. Crea frustrazione in tanti buoni insegnanti non premiati che, pur lavorando seriamente, si vedono con questo sistema declassati a mediocri, oltre a rendersi conto che quel certo collega assenteista o scadente viene retribuito esattamente come loro. Per il clima in cui si lavora a scuola, come in qualsiasi altro ambiente, è essenziale, come ha scritto di recente Andrea Zhok sull’ “Espresso”[1], “un modello che nutra e alimenti la dignità del lavoro come orgoglio per aver svolto il proprio dovere. [...] Solo l’idea di dare un contributo a quell’impresa non banale che è il buon funzionamento di una società può sostenere nel tempo uno stato, una comunità, una civiltà”. Infine, è molto difficile stabilire criteri condivisi per individuare i più bravi, mentre tutti sanno (genitori e colleghi) quali sono gli “impresentabili”. Siamo quindi convinti che agire sul demerito sia il modo migliore di riconoscere il merito di chi fa bene e con serietà il proprio lavoro. Altro discorso è la valorizzazione dei talenti presenti nella scuola per creare nuove articolazioni della funzione docente: staff della presidenza, aggiornamento, supervisione dell’operato dei nuovi colleghi, distacchi all’università per la formazione dei futuri insegnanti.
Detto questo, va riconosciuto alla ministra Fedeli di avere avuto il coraggio, dopo decenni di silenzio in proposito da parte dei governi, di esplicitare con chiarezza il problema in un’intervista dello scorso agosto: “L'inamovibilità a fronte dell'incapacità non dev'essere più possibile. Poi si tratterà di vedere come fare”. In proposito sono di questi giorni due segnali contraddittori: è stato possibile (ma le notizie sono scarne) licenziare per incapacità didattica una maestra (quella che aveva scritto “scuola” con la q), mentre il professore che aveva inondato le allieve di sms erotici è stato solo sospeso in attesa dell’esito del processo, con la prospettiva di poter patteggiare e rientrare in servizio. Ma avrebbe potuto essere licenziato già ora, come ha sostenuto il senatore Ichino su questo sito, in base all’articolo 55 ter del T.U. del pubblico impiego, avendo l’amministrazione già acquisito la prova della sua colpevolezza.
Nei giorni scorsi abbiamo inviato un elenco di proposte su demerito e sanzioni alla Ministra Fedeli, che abbiamo poi potuto illustrare nell’incontro che ci ha concesso mercoledì scorso, a cui ha partecipato anche il professor Pietro Ichino.
Possibili linee di intervento del Ministero
sul problema dei docenti inadeguati
1.  Disporre di un quadro attendibile della situazione di fatto, ovvero del numero dei docenti inadeguati (quelli che non dovrebbero restare in cattedra), ma anche dei dirigenti non all’altezza del loro ruolo. È importante però distinguere tra chi ha avuto gravi o ripetuti comportamenti scorretti incompatibili con la tutela degli studenti (piano dell’etica professionale) e chi è gravemente deficitario quanto a capacità (piano della competenza professionale). Naturalmente si dà anche il caso che siano compresenti i due tipi di deficit.
2.    Rendere praticabile l’esonero dall’insegnamento con assegnazione ad altro ruolo anche nei casi di incapacità professionale non determinata da problemi psichiatrici. L’esonero potrebbe essere temporaneo nei casi in cui si ritenesse possibile il recupero per mezzo di un percorso formativo ad hoc, al termine del quale affrontare una nuova valutazione.
3. Per quanto riguarda le sanzioni in genere, gli uffici scolastici periferici dovrebbero ricevere istruzioni che spingano a una maggiore severità e a garantire ai dirigenti più collaborazione e sostegno, per esempio nella stesura dei provvedimenti. Non dovrebbero poi, come capita, sentirsi difensori d’ufficio dei docenti sanzionati, ma tenere sempre presente l’interesse prevalente degli studenti ad avere dei buoni insegnanti.
4. Disporre in modo rigoroso che, nei casi di mancanze disciplinari gravi commesse nell’ambito dell’attività di insegnamento e delle attività connesse, di cui le amministrazioni scolastiche abbiano acquisito direttamente la prova, il procedimento disciplinare venga aperto e la sanzione del licenziamento venga adottata immediatamente, senza attendere l’esito dell’eventuale procedimento penale (lo prevede esplicitamente l’articolo 55-ter del Testo Unico, ma la norma è sistematicamente disapplicata).
5.   Fare in modo che l'Avvocatura dello Stato sostenga molto di più i dirigenti che devono affrontare dei processi, in modo da diminuire, insieme a quanto previsto nel punto 3, l'effetto "chi me lo fa fare". A questo scopo, si dovrebbero anche creare al suo interno degli esperti di diritto scolastico, che tra l’altro potrebbero poi tenere corsi di aggiornamento per i dirigenti.
6.    Si dovrebbe fare il possibile per contenere il formalismo delle sentenze, che portano a volte ad annullare procedimenti disciplinari per vizi formali, magari per una parola sbagliata o mancante, in particolare ampliando le possibilità di integrazione e  correzione "in itinere" dei documenti.  
7. In funzione preventiva, è opportuno creare un clima complessivo più esigente sul piano deontologico. A parte i casi più gravi, per le sanzioni minori sarebbe bene valutare possibilità di prevederne altre oltre a quelle esistenti, come, per fare qualche ipotesi, penalizzazioni nel punteggio per le graduatorie interne e ai fini del trasferimento, mancati o ritardati aumenti retributivi, impedimenti a ricoprire altri ruoli (dirigente, ispettore). Ai dirigenti che non sanzionano, specialmente in casi di gravi o reiterate mancanze, dovrebbero essere contestate le loro omissioni, che danneggiano la qualità della scuola. 
8.  Aumentare in tempi rapidi la consistenza del corpo ispettivo; valutare la possibilità di selezionare allo scopo dirigenti e insegnanti in pensione, almeno come coadiutori.
9.    Rendere obbligatoria anche per i supplenti la trasmissione in tempi brevi alle altre scuole del loro fascicolo disciplinare.

venerdì 2 febbraio 2018

SU UNA CRITICA INDISCRIMINATA AI DOCENTI ITALIANI

Ieri mattina  la rubrica  di Radio 3 “Tutta la città ne parla” aveva come tema la rivoluzione digitale e i timori che essa suscita. Verso la fine della trasmissione è stato intervistato Giuseppe Màcino, che insegna biotecnologia e bioinformatica alla Sapienza di Roma e fa parte della Fondazione “I Lincei per la scuola”, che opera per promuovere una più stretta integrazione della cultura scientifica con quella umanistica, soprattutto attraverso un'attività di aggiornamento degli insegnanti. Il professor Màcino però, anziché spiegare in che modo la Fondazione lavora e quali sono le sue proposte didattiche, si è dedicato a giudizi liquidatori sulla classe insegnante, ancora oggi ostaggio, a suo dire, della più bieca cultura nozionistica. Di qui la mia lettera. (AR)

Gentile Professor Macino,
questa mattina mi è capitato di ascoltarla nella trasmissione “Tutta la città ne parla” a proposito del non facile rapporto tra cultura umanistica e cultura scientifica nel nostro paese. L’iniziativa della Fondazione “I Lincei per la scuola”, che di questo si occupa, è certamente meritoria, ma la sua opinione sugli insegnanti italiani, più volte ribadita durante la trasmissione, è semplicemente stupefacente.  La sua diagnosi è che gli studenti italiani sono in balia di ottusi nozionisti, preoccupati solo di imbottire di nomi e date le teste dei malcapitati allievi, chiamati esclusivamente a imparare a memoria le conoscenze che gli vengono somministrate.  E come si dovrebbe invece insegnare? Bisognerebbe insegnare ai ragazzi il ragionamento! Cioè a capire, per esempio le motivazioni economiche che stanno a monte  di una guerra, di comprendere cioè  i meccanismi che muovono gli eventi. Viene da chiedersi: “ Ma come mai non ci abbiamo pensato prima?”. Fuor di ironia: davvero Lei pensa che la maggioranza dei docenti italiani ancora oggi non abbia maturato la convinzione che lo scopo principale della scuola è quello di insegnare a ragionare, cioè a elaborare e a mettere in rapporto le conoscenze (peraltro indispensabili)? Temo, gentile Professore, che Lei  concepisca la sua funzione di aggiornatore secondo uno schema mentale  purtroppo ricorrente negli “esperti” che si rivolgono agli insegnanti, ai quali si chiede di fare tabula rasa della propria esperienza professionale e convertirsi a nuove idee, o presunte tali. C’è sicuramente nella scuola una percentuale di docenti inadeguati, così come ci sono all’università.  Ma ci sono anche tantissimi insegnanti dalla cui competenza ed esperienza didattica anche molti aggiornatori, mi perdoni la battuta, potrebbero imparare qualcosa.
Grazie della sua attenzione, un cordiale saluto.

Andrea Ragazzini
Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità


Link per ascoltare l’intervista al professor Màcino: http://bit.ly/2DWPsue (andare al minuto 38)

giovedì 25 gennaio 2018

BERLINGUER E I PROFESSORI

Lo scorso dicembre, l'ex ministro Berlinguer è intervenuto al Congresso dell'Associazione Nazionale Presidi e ha colto l’occasione per lanciare un attacco sprezzante all’appello dei docenti universitari “contro il declino dell’italiano a scuola” di un anno fa. Una scuola degna di questo nome, ha detto, non può riconoscersi in coloro che avevano elaborato e firmato il cosiddetto manifesto dei Seicento,  in cui si auspica – ha sostenuto – il ritorno a un passato in cui si espellevano dalle scuole i meno bravi e in cui questi ultimi erano definiti – ha esclamato testualmente) “con un termine che designava animali, capito? ANIMALI!” Si riferiva naturalmente alla parola “asini”, che tuttavia non ha pronunciato, quasi volesse far intendere quanto fosse profondo l'orrore che il termine gli avrebbe provocato solo a pronunciarlo.
Alla fine del suo intervento ha lasciato il convegno. Insomma, se ce n'era bisogno, l'ex Ministro ha confermato di far parte della numerosa schiera che, invece di argomentare le proprie posizioni, preferisce demonizzare chi non la pensa allo stesso modo, anche rispetto a tematiche così determinanti per lo sviluppo civile e culturale del nostro Paese, che meriterebbero un confronto costruttivo. E questo a dispetto della diffusa retorica del Dialogo con l’Altro e col Diverso.
In realtà l’appello nasce dai ripetuti allarmi di molti professori universitari. I quali avevano ben capito, e purtroppo ampiamente sperimentato nella loro attività d'insegnamento all'università, che senza una conoscenza appropriata della lingua non si è cittadini degni di questo nome, ma sudditi. Perché, come scriveva l'educatore più saccheggiato e forse più impropriamente preso a modello, “È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l'espressione altrui”. Era quindi del tutto logico chiedere “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica”, in modo da assicurare “il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base”.
E invece no! Guai a pretendere una scuola di qualità, perché questo significherebbe, per certi amici dei poveri, penalizzare i meno bravi. Come se porsi l'obiettivo di elevare le competenze linguistiche di tutti i nostri ragazzi fosse una sorta di operazione passatista e nostalgica della scuola che fu! Ed ancora, come se sfornare laureati che abbiano una conoscenza approssimativa della nostra lingua potesse essere alla lunga compatibile con il nostro sviluppo sociale e civile. En passant: a Berlinguer e ad altri che come lui hanno ribattuto all’appello con formule generiche di biasimo e categoriche prese di distanza, potrei anche far presente che gran parte della mia attività professionale l'ho dedicata proprio a salvaguardare il diritti di chi partiva da situazioni svantaggiate. E questo non lo si fa chiedendo poco, lasciando correre, indulgendo; ma, per dirla con Machiavelli, facendo “come gli arcieri prudenti, e quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiungere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro”. Scuola “esigente” non significa dunque arcigna e repressiva, significa che è determinata a far emergere tutto il potenziale degli allievi chiedendo loro il massimo impegno e garantendo senza se e senza ma la qualità dell’insegnamento. In gioco c’è il destino delle nuove generazioni e forse anche la sopravvivenza della nostra democrazia.
Valerio Vagnoli

domenica 21 gennaio 2018

L'EDUCAZIONE CHE PROTEGGE IL MONDO

Maria Luisa Iavarone, la mamma del ragazzo accoltellato a Napoli da una banda di minorenni, ha espresso molto bene “il sugo della storia” in una lettera al “Mattino”: «Gli aggressori di Arturo vivono in una eclissi di genitorialità che li fa annaspare ciecamente in un mondo senza adulti significativi che produce in loro una assenza totale del principio di autorità e che diventa senso onnipotente dell’impunità se, dopo la famiglia, anche la società e le istituzioni rinunciano a una sanzione adeguatamente severa di fronte a comportamenti devianti così gravi». Con le loro crudeli imprese, questi ragazzi, come quelli di altre città italiane, esemplificano in vivo le conseguenze di un’educazione mancata. E a cosa serve l’educazione l’ha detto forse meglio di ogni altro Hanna Arendt in Tra passato e futuro: «Il bambino deve essere protetto con cure speciali, perché non lo tocchi nessuna delle facoltà distruttive del mondo. Ma anche il mondo deve essere protetto per non essere devastato e distrutto dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione». Bambini, dunque, cresciuti respirando distruttività; e di conseguenza agendola sulle cose e le persone più indifese. Sarebbe però sbagliato pensare che una dinamica del genere sia esclusiva di ambienti economicamente e culturalmente deprivati, secondo una facile vulgata sociologica: ci sono anche i figli di genitori almeno apparentemente adeguati e senza problemi economici. Ed è altrettanto sbagliata, come ci ricorda Hanna Arendt, una visione dell’educazione tutta centrata sulle esigenze del figlio, che dimentica quelle della società in cui dovrà vivere; così come lo è una formazione scolastica ossessivamente imperniata su personalizzazione dell’insegnamento, bisogni educativi speciali, pedagogia del dialogo a tutti i costi, rifiuto ideologico delle sanzioni che sarebbero di per sé non educative. E di cui invece lamenta l’assenza la madre di Arturo, perché così stando le cose «chi spiegherà a quei ragazzi violenti, tornati a casa, che hanno sbagliato?» Come lapidariamente ha scritto Leonardo da Vinci, infatti, “Chi non punisce il male, comanda che si faccia”.
Il senso di responsabilità, i doveri, il rispetto degli altri: ecco  i grandi assenti della pedagogia degli ultimi decenni. C’è stato un tempo in cui l’adeguamento alle norme sociali delle nuove generazioni metteva spesso in ombra i bisogni affettivi dei figli, le loro attitudini individuali, la necessità di renderli progressivamente autonomi. Una disattenzione che soprattutto la psicologia ha contribuito a superare; ma spesso si è perso di vista, nel crescere esponenziale dei diritti, il rapporto del nuovo venuto col mondo. Se è facile allarmarsi per le situazioni in cui esplodono le violenze gratuite che fanno notizia, lo è molto meno rendersi conto del silenzioso ma devastante logoramento progressivo del tessuto sociale che la crisi dell’educazione ha già provocato e, continuando così, continuerà senza dubbio a provocare.
Non si tratta quindi solo di “rammendare” le periferie e di promuovere in ogni modo il lavoro e la preparazione al lavoro. Bisogna anche mettere al centro della politica il tema dell’educazione. Informando e sostenendo i genitori (anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo), molti dei quali in balia di un grave disorientamento; facendo dell’impegno a far rispettare le regole una costante dell’attività di governo; promuovendo nella scuola la necessaria fermezza nell’esigere un comportamento corretto. E non si tema, su questo, l’impopolarità: ricordo che il recente sondaggio dell’Istituto Eumetra Monterosa, di cui ha parlato su questo quotidiano Giorgio Chiosso, rivela che quasi il 70% degli italiani ritiene la scuola troppo poco severa sulla disciplina e giudica sbagliata l’abolizione della bocciatura col 5 in condotta.
Infine, è essenziale che ogni cittadino adulto sia consapevole delle proprie, inevitabili responsabilità educative e le traduca costantemente in comportamenti e in un linguaggio che possano essere di esempio ai giovani.
Giorgio Ragazzini

(Pubblicato su "ilsussidiario.net" del 20 gennaio con il titolo Vietato punire? Leonardo da Vinci aveva previsto le baby gang)

sabato 20 gennaio 2018

TANTE OFFERTE, POCHE DOMANDE

Corriere Fiorentino, 18 gennaio 2017”

In Italia c’è un esercito di giovani disoccupati che sfiora il 33 per cento. E però molti settori dell’economia offrono posti di lavoro che nessuno vuole. L’argomento è stato anche al centro di un’attenta analisi di Dario Di Vico sulle pagine del Corriere della Sera di domenica. Assurdità e contraddizioni. Tuttavia né a livello nazionale né locale risultano in cantiere misure per affrontarle né tantomeno per risolverle. E a rendere quasi tragicomica la situazione, le decine di migliaia di posti di lavoro che rimangono scoperti non sono in settori dell’economia residuale, occasionale o stagionale, ma proprio in quelli trainanti, a partire dal turismo. E paradossalmente perfino in Sardegna, dove esistono oltre venti scuole alberghiere, capita — ha scritto Di Vico — che «non si trovino in loco abbastanza diplomati degli istituti alberghieri». E capita anche che siano migliaia i posti disponibili per gli operatori delle cure estetiche, anche se le scuole per formarli non mancano; ma manca ai ragazzi l’esperienza pratica per essere in grado di svolgere la loro professione con una preparazione adeguata. A limitare le loro competenze concorrono vari fattori; e una delle carenze più drammatiche nei tecnici e nei professionali è data anche dalla cronica inadeguatezza dei laboratori, un problema che la recente rivisitazione degli istituti professionali non mi sembra in grado di risolvere. Ma occorre anche soffermarsi sul tema dell’alternanza scuola-lavoro che non può né deve interrompersi, a mio parere, alla fine della scuola superiore. Sarebbe infatti opportuno che anche le Università, almeno nella grande maggioranza degli indirizzi, introducessero nei loro piani di studio qualificati percorsi di esperienza pratica per rimediare a una preparazione spesso troppo teorica. Certo, una università qualificata richiedi investimenti importanti e ci sembra a dire il vero improbabile una detassazione generale se si vuole davvero coniugare qualità, utilità e merito. Né possono essere solo i pochi e costosissimi Its (Istituti Tecnici Superiori) a garantire quanto serve all’economia nazionale. Rimangono, inoltre, le enormi responsabilità della gran parte delle Regioni che, pur obbligate dalla legislazione a occuparsi direttamente della formazione professionale, l’hanno usata in certi casi per finanziamenti, spesso illeciti, a organizzazioni e strutture scolastico-formative inadeguate, approssimative ed essenzialmente interessate al proprio tornaconto economico.
A tutto ciò si aggiunga l’incapacità, talvolta altrettanto scandalosa, di non saper programmare percorsi rispondenti alle vocazioni economiche locali. Perciò quei pochi giovani che hanno una adeguata preparazione, anche universitaria, per far fronte alle richieste delle imprese sono costretti a spostarsi da una regione all’altra per stipendi che nella maggior parte dei casi diventano così sufficienti alla mera sopravvivenza. Alla fine rimane e si amplia il paradosso da cui siamo partiti, quello della distanza tra ciò che il mondo del lavoro offre e la capacità di far fronte a queste offerte. Su come questa distanza possa essere colmata speriamo di ascoltare qualcosa di utile nel corso della campagna elettorale. Purché dopo ci si ricordi di un vecchio e poco seguìto proverbio che ammonisce: «Ogni promessa è debito».
Valerio Vagnoli