sabato 13 maggio 2017

SE AL MINISTRO STA A CUORE IL SÌ DEI SINDACATI

Il silenzio del mondo della scuola, in particolare di gran parte dei vertici ministeriali, sui gravi episodi di boicottaggio dei test Invalsi da parte di intere classi conferma una tendenza a non prendere posizioni sgradite a chi da anni ispira queste forme di protesta e irride al rispetto della legge infrangendola e permettendo che venga infranta impunemente. Sarebbe doveroso chiarire che il dissenso su queste prove è legittimo, solo che non può essere esercitato né fomentato in forme illegali. Invece l’attuale ministra sembra in sintonia con molti suoi predecessori, che di fronte a comportamenti inaccettabili messi in atto dagli studenti, ma anche da alcuni dirigenti e docenti che non vogliono sanzionarli, hanno fatto finta di nulla, adottando la regola aurea del tirare a campare il più a lungo possibile. Non a caso da decenni la più instabile tra le cariche ministeriali è proprio quella dell’Istruzione, dato che i presidenti del consiglio solitamente non sono disponibili a prendere posizione nel campo minato della scuola e preferiscono sacrificare un ministro piuttosto che scontrarsi con la protesta nelle scuole. Per non rischiare la fine anticipata del loro mandato, i ministri dell’istruzione hanno un metodo sicuro: quello di restare in sintonia con i sindacati della scuola. Dai quali gran parte dei docenti e anche molti dirigenti si sentono inspiegabilmente garantiti, pur avendo in questi decenni perduto prestigio, considerazione e il giusto compenso per un lavoro sempre più insostenibilmente gravoso. Così va il mondo scolastico, come ben sa l’ex ministro Luigi Berlinguer, che si fidò fino in fondo della Cgil quando volle creare, su proposta di quest’ultima, una carriera per i docenti attraverso il cosiddetto «concorsaccio»: strumento questo pensato e progettato da gente che della scuola e dei docenti dimostrò di avere un rispetto e una considerazione pressoché inesistenti. E come ben sa la ex ministra Giannini che per aver cercato di scalfire lo strapotere sindacale sul mondo scolastico è stata alla fine liquidata unitamente a gran parte dell’anima innovativa contenuta nella legge 107, quella della cosiddetta Buona scuola. Pertanto i silenzi della ministra Fedeli non mi stupiscono. Ha taciuto anche quando è stata chiamata a rispondere sulla necessità di recuperare le competenze di base in italiano di troppi studenti, competenze che sono il fondamento della nostra cultura e della nostra appartenenza a una comunità che senza la lingua rischia di disintegrarsi. Sebbene il tanto da lei venerato don Lorenzo Milani ritenesse che solo l’uso e la conoscenza corretta della lingua italiana rendono gli uomini uguali, di fronte all’appello di oltre settecento intellettuali italiani la Fedeli non ha dato alcuna risposta concreta, forse per non entrare in conflitto con certa sinistra anche sindacale che immediatamente si è schierata contro quell’appello. Perché la grammatica, secondo le logiche dell’ideologia, ma non della didattica, rappresenta ancora per qualcuno la sopravvivenza di un passato che deve essere sepolto e dimenticato a vantaggio della libertà creativa dei bambini. A ciò si aggiunga la necessità «politica» che il governo ha di ricucire i rapporti con i sindacati e tutto sembra tornare perfettamente. Insomma il ritorno al passato sembra quanto mai necessario, salvo che per la grammatica e per l’ortografia.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 13 maggio 2017

lunedì 10 aprile 2017

LA CATTIVA EDUCAZIONE. MENÙ SCOLASTICI E MAMME DEL NO

Dietologhe, assessori, dietisti, chef, psicologi, docenti, assaggiatori e commissioni di ogni genere da anni sono tutti quanti impegnati a trovare la maniera di accontentare tutte, ma proprio tutte, le mamme dei nostri bambini fiorentini che usufruiscono della mensa scolastica. Mensa che assicura, al pari delle altre mense scolastiche nazionali, menu diversificati in base alle religioni, alle istanze vegetariane e naturalmente alle esigenze di carattere sanitario. Alla fine sembra che sia rimasto sulle barricate, a contestare senza tregua, un drappello di un paio di centinaia di madri che proprio non ce la fanno ad accettare che i loro figli si adattino a consumare, vuoi per un motivo vuoi per un altro, dei pasti non del tutto graditi. E quando si vuol contestare qualcosa a prescindere, le motivazioni non mancano, soprattutto se si è convinti che pagando un servizio si dovrebbe avere il diritto di venir ad ogni modo accontentati.
Senza alcuna preoccupazione dei sani principi educativi e alimentari secondo i quali, come diceva mia madre, ci si deve abituare a mangiar di tutto, senza «tanti fichi, perché non si sa mai come ci si può trovare nella vita». Dove il tutto naturalmente sta per alimenti sani e controllati che da sempre trovano per il sottoscritto il loro apice nella fetta di pane con la mortadella o ancor più semplicemente con pomodoro, olio e sale. Confesso che con me questo sanissimo principio per fortuna ha funzionato benissimo, grazie appunto ai miei genitori, ma anche al più vasto contesto sociale ed educativo in cui sono cresciuti quelli della mia generazione.
Dico per fortuna in quanto in qualsiasi situazione mi sia trovato, mensa militare compresa, ho sempre avuto la possibilità di soddisfare comunque il mio appetito. Anche all’estero trovo grandi stimoli nell’andare a cercare piatti del luogo rifuggendo i ristoranti e le pizzerie italiane; e anche quando non li trovo di mio gradimento, avverto tuttavia la soddisfazione di aver provato qualcosa di culturalmente diverso rispetto ai soliti piatti, uscendo comunque sempre arricchito da queste esperienze. Alla stessa maniera, quando mi capita di mangiare in mensa con i bambini delle elementari o con studenti più grandi, trovo sempre un grande interesse nel misurarmi con un cibo che innanzitutto condivido con molti altri e che sicuramente non mi è abituale.
Talvolta vedo rimandare indietro piatti entro i quali le pietanze non sono state neanche toccate; quasi sempre si tratta di bambini poco avvezzi — rendo omaggio ancora una volta a mia madre — a stare bene con gli altri, perché probabilmente non stanno e non staranno bene neanche con se stessi. E di questo, soprattutto di questo, si dovrebbero preoccupare i genitori. Per il vero bene dei loro figli.
Valerio Vagnoli
("Corriere Fiorentino", 7 aprile 2017)

mercoledì 29 marzo 2017

LA SCUOLA ITALIANA E QUELLE STRANIERE, ALTRO CHE BARZELLETTE

Quando ero ragazzo, nei primi anni ’60, molte barzellette ruotavano intorno ai più stravaganti confronti tra un italiano, un inglese e un tedesco, che, quasi a voler esorcizzare il dramma della Guerra, era il più caricaturale.
Naturalmente anche a lui sarebbe toccata poi la sorte degli altri: quella di soccombere alla furbizia dell’italiano, che in virtù di questa sua «dote» sapeva riscattarsi rispetto al nostro atavico pressapochismo e trionfare così sull’efficientismo e la temerarietà degli altri.
Oggi, viste le distanze abissali che ci separano da altri Paesi su molti aspetti della vita sociale, culturale ed economica, non c’è spazio per le barzellette, anche perché è sempre più difficile sperare, come negli anni ‘60, in un nostro rapido riscatto. Tra queste differenze, colpisce, quando capita di recarsi in scuole di altre nazioni, la distanza abissale fra altri sistemi scolastici e il nostro. Visitare una scuola liberamente scelta da noi e non indicata dagli ospiti, in Paesi come la Francia, la Germania, l’Inghilterra o il Canada, fa saltare subito agli occhi quanto sia deprimente il confronto; e non solo sul piano delle strutture, delle risorse e del loro utilizzo. Nelle scuole di quei Paesi, infatti, gli studenti vivono solitamente l’esperienza scolastica con responsabilità ed educazione, come si deve a un’istituzione che prepara davvero il futuro della società. Il rispetto delle regole, in queste scuole da me visitate, non è messo assolutamente in discussione e se qualcuno le infrange ne paga le conseguenze; e tra queste, in Inghilterra, al terzo richiamo vi è automaticamente l’espulsione. È impensabile entrare in scuole in cui uno studente, anche durante la ricreazione, urli o fugga a nascondersi per fumare. Altrettanto impensabile che presso gli edifici scolastici o al loro interno operino spacciatori più o meno organizzati e più o meno «innocenti».
Peraltro, nella mia esperienza, in queste scuole il personale di sorveglianza è quasi inesistente: a Ingolstadt per 2.800 studenti dell’istituto professionale ci sono tre custodi e poco più di tre per i 5.000 studenti del professionale di Londonderry. Le portinerie non esistono perché uscire da scuola o entrarvi senza autorizzazione se esterni, avrebbe delle conseguenze che nessun Tar o giudice civile potrebbe irresponsabilmente cancellare. A dimostrazione che una solida cultura delle regole non porta meno, ma più libertà. Da noi, come sappiamo, le cose sono molto diverse e comminare una sospensione di oltre quindici giorni diventa un problema degno di un racconto tragicomico alla Carlo Emilio Gadda. Di conseguenza la scuola viene sempre meno presa sul serio, ma in compenso si prendono sul serio, molto sul serio, le scuole di calcio, i cui allenatori hanno diritto al titolo di Mister: proprio come i docenti in Inghilterra. Molti nostri docenti invece si accontentano dell’appellativo di «Profe» e tra una pacca e l’altra sulle spalle si prende sempre più consapevolezza che non ci salveremo più, neanche con le barzellette.
Valerio Vagnoli
(Corriere Fiorentino, 29 Mar 2017)

giovedì 9 marzo 2017

SE GLI STUDENTI NON SANNO SCRIVERE, IL MINISTERO ORIENTI E VERIFICHI

Intervista su "Orizzonte Scuola".
L’accorato appello degli accademici italiani contro la conoscenza precaria dell’italiano parlato e scritto da parte degli studenti universitari ha suscitato nei giorni scorsi una vastissima eco, superando in larga misura le aspettative dei suoi promotori. “Non sono mancate le prese di posizione ideologiche, ma il segnale è senz’altro positivo” ha concluso con noi Andrea Ragazzini, tra i fondatori del Gruppo di Firenze.
Prof. Ragazzini, l’iniziativa della lettera dei 600 professori universitari che deplorano le scarse competenze linguistiche degli studenti italiani è partita proprio da lei e dagli altri membri del Gruppo di Firenze. Vi aspettavate tanto clamore e tante polemiche?
“Non ci aspettavamo prima di tutto che la lettera suscitasse un così vasto e convinto consenso fra i docenti universitari. Comunicando la loro adesione, moltissimi hanno dichiarato il loro sollievo per il fatto che finalmente si affronta apertamente il problema, chiedendo di intervenire con provvedimenti adeguati. Hanno anche sottolineato che il rimedio non possono certo essere i corsi di recupero a livello universitario.
Al di là delle più ottimistiche aspettative è stata anche la risonanza mediatica dell’iniziativa, all’uscita dell’appello e anche nelle settimane successive. Di questo siamo ovviamente molto soddisfatti, dato che il nostro obiettivo era porre il problema all’attenzione dell’opinione pubblica, oltre che dei responsabili politici, a cui l’appello era rivolto.
Quanto alle polemiche, specie quelle di un certo tipo, direi che le davamo per scontate. Non mi riferisco a critiche argomentate nel merito dell’analisi e delle proposte contenute nell’appello, ma ad alcune prese di posizioni risentite e liquidatorie, che hanno attribuito ai firmatari il rimpianto della scuola del passato, discriminatoria e di classe, quasi sempre senza darsi la pena di
citare una sola frase della lettera che convalidasse l’accusa. Da parte nostra e dei firmatari non c’è alcuna nostalgia di questo tipo, ma la convinzione che una scuola più rigorosa è nell’interesse soprattutto dei ragazzi che partono più svantaggiati socialmente e culturalmente”.
Porto alla sua attenzione la critica che tra tutte condivido maggiormente, a firma della Prof.ssa Lo Duca: la capacità di scrivere non si acquisisce e non si perfeziona una volta per tutte nell’arco del primo ciclo, come il documento sembra sottintendere. Il triennio di scuola secondaria e l’università non dovrebbero riservare anch’essi occasioni strutturate per il suo consolidamento? Crede che almeno questa obiezione possa essere accolta?
“Ho risposto privatamente alla Professoressa Lo Duca, scrivendole prima di tutto del nostro apprezzamento per il tono pacato con cui aveva argomentato il suo peraltro “parziale” dissenso e nel merito che ero d’accordo sul fatto che si dovrebbe dare maggiore importanza allo studio e alla pratica della lingua anche nelle scuole superiori, accanto e tramite lo studio della letteratura, con l’obiettivo di far acquisire una più articolata capacità di espressione e un lessico più ricco. Detto questo rimango convinto che sia indispensabile, cito l’appello, “il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti”. Senza i quali anche l’acquisizione di più evolute competenze, nel corso delle superiori e poi
all’università, mi pare un obiettivo assai poco realistico”.
In molti atenei si sta, anzi, affermando una prassi opposta: ci sono corsi di laurea, persino a indirizzo linguistico-letterario, che non prevedono nemmeno più la tesi di laurea, come a dire: visto che gli studenti non sanno scrivere, copiano, non hanno idea di cosa sia una bibliografia ecc., risparmiamo questo stillicidio a loro e a noi. È un atteggiamento che possiamo comprendere?
“Posso ben capire le difficoltà di un docente universitario che ha commentato l’appello e che ha raccontato di avere bocciato per tre volte uno studente per il pessimo livello del suo italiano, ma quando si è presentato la quarta volta, senza che le sue competenze linguistiche mostrassero significativi miglioramenti, ha dovuto prendere atto che lo studente non era in grado di fare meglio, nonostante fosse evidente che si era molto impegnato, e lo ha promosso. Ma quello che lei riferisce, cioè delle università che di fatto rinunciano alla propria ragion d’essere, devo supporre per non perdere iscritti, non è evidentemente accettabile”.
Non le sembra che il vostro documento addossi alla scuola responsabilità che non appartengono esclusivamente a essa? Come la mettiamo con i consumi culturali delle famiglie? Se i ragazzi non vengono abituati dai genitori a frequentare librerie e biblioteche e se, anzi, vengono lasciati liberi, a ogni ora del giorno e della notte, di esporsi alle nuove ‘agenzie formative’, tanto più insidiose, invadenti e totalizzanti (pensiamo ai social network, su cui si interagisce esclusivamente attraverso la lettura e la scrittura), quale reale influenza potrà mai esercitare la scuola? È una lotta che sembra oggi più che mai davvero impari.
“I genitori hanno ovviamente una grande responsabilità nell’educazione dei loro figli, anche nel fargli capire l’importanza dell’istruzione e della cultura, così come sono evidenti le possibili implicazioni negative di un uso incontrollato dei social network. Tuttavia è innegabile che in materia di educazione linguistica è la scuola l’attore principale e la lettera è centrata sulle sue specifiche responsabilità. Registra una situazione di fatto e si rivolge al governo e al parlamento perché prendano dei provvedimenti. Colgo l’occasione della sua domanda per ribadire che la
lettera non è in alcun modo un atto di accusa verso gli insegnanti della scuola primaria e della media, come chiunque può verificare leggendola. È invece un richiamo alle responsabilità di orientamento, di sollecitazione e di controllo che competono al Ministero della Pubblica istruzione e che noi riteniamo molto carente”.
Vi hanno accusati anche di non avere letto o interpretato bene le Indicazioni Nazionali…
“È possibile che su questo punto la sintesi sia andata a scapito della chiarezza. È vero infatti che le Indicazioni per il primo ciclo relative all’Italiano non mancano di indicare traguardi, obiettivi e tipologie di esercitazioni. Io penso però che occorrerebbe un testo molto più essenziale, in luogo dei lunghissimi elenchi che attualmente lo caratterizzano. Per la primaria vengono indicati 10 traguardi finali e 37 obiettivi di apprendimento, per la secondaria di primo grado 13 traguardi finali e 41 obiettivi di apprendimento. Forse si dovrebbero proporre obiettivi più limitati, su cui focalizzare maggiormente la didattica. Ma è fondamentale che il Ministero eserciti una attività di indirizzo, di supporto e di controllo, attualmente quasi del tutto assente, in questo come in altri aspetti della vita scolastica, con l’eccezione delle questioni burocratiche, sui cui abbondano invece i richiami. Per quanto riguarda le indicazioni non mi risulta che ne venga adeguatamente favorita e sollecitata la conoscenza, tanto meno che siano state fatte da parte del Ministero delle indagini sulla loro funzionalità nell’orientare la didattica”.

venerdì 24 febbraio 2017

UNA DOMANDA A RISPOSTA SEMPLICE PER GLI ABOLIZIONISTI DELLA BOCCIATURA

È di due settimane fa il lancio della petizione “Via la bocciatura dalla primaria!”. Il divieto di far ripetere l’anno nella primaria è stato tolto dal decreto sulla valutazione dalla ministra Fedeli, dopo che, come molti ricorderanno, in un primo momento vi era stato inserito. Oltre che su numerose citazioni del parroco di Barbiana, la petizione si basa sul fatto che le bocciature – sostengono i promotori – non sono affatto eccezionali: 11.866 nell’anno scolastico 2014-15. Un numero che però, su 2.820.696 di alunni, rappresenta lo 0,4 %: “figli di immigrati, ragazzi meridionali provenienti dalle famiglie più povere, bambini rom”, dicono i firmatari. Sarà. La verità è che sui problemi della scuola si discute sempre senza la base di serie indagini, per esempio sui motivi che hanno spinto alcuni insegnanti a prendere queste decisioni. Certamente non a cuor leggero. Senza ripetere le solite obbiezioni e contro-obbiezioni, mi permetto di fare una sola domanda – non polemica, ma dialogica – agli “abolizionisti”. Esiste da anni un’amplissima letteratura sui cosiddetti “bambini tiranni”: quelli che a scuola sono insofferenti di ogni regola, si rifiutano di seguire le istruzioni delle maestre, pretendono di fare quello che vogliono, infastidiscono i compagni, interrompono di continuo le lezioni e di fronte ai richiami magari rispondono “Tanto non mi puoi fare niente!”. Da tempo una legione di psicologi e psicoterapeuti raccomanda, proprio nell’ interesse di questi bambini arrabbiati, di farli precocemente incontrare, in famiglia prima ancora che a scuola, con le esigenze imposte dalla realtà, cioè con il fatto che esistono anche gli altri e che alcune cose non si possono ottenere, altre sì, ma solo con l’impegno e un po’ di fatica. Un’esigenza educativa così fondamentale che Massimo Recalcati ha addirittura teorizzato “il diritto di essere puniti” come evocazione del limite. E dunque, se un soggettino di questo tipo si è comportato così per tutto l’anno, logorando i compagni e gli insegnanti che hanno fatto di tutto per interessarlo e facendo registrare un “profitto” insufficiente, la decisione di promuoverlo lo stesso (o l’imposizione per legge di farlo) sarà diseducativa o no? (GR) 

La petizione: http://bit.ly/2lDmCXB

venerdì 10 febbraio 2017

UN CHIARIMENTO SUGLI INTENTI DELLA LETTERA APERTA DI SEICENTO DOCENTI

La lettera aperta al governo e al parlamento di 600 docenti universitari (nel frattempo diventati 673) ha suscitato anche alcune critiche accanto a un ampio consenso. In quanto promotori abbiamo scelto di restare un passo indietro rispetto a chi, facendo proprio il documento e testimoniandone la rispondenza alla realtà, gli ha consentito di avere autorevolezza e forza comunicativa . Dato però che alcune reazioni hanno frainteso lo spirito dell’appello, ci sembra opportuno un chiarimento in proposito.
Primo: la lettera NON è un atto di accusa verso gli insegnanti della scuola primaria e della media, come chiunque può verificare È invece un richiamo alle responsabilità di orientamento, di sollecitazione e di controllo che competono al Ministero della Pubblica istruzione. Vi si dice che “il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato” alla gravità della situazione; che “il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi”, con il risultato che non abbiamo “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti”, senza di che “né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti” e neppure un aggiornamento qualificato sono sufficienti. Di accuse ai colleghi delle elementari non c’è quindi traccia; e non è una caso che molti consensi li abbiamo registrati anche fra i docenti del primo ciclo.
Per alcuni, poi, i seicento docenti sarebbero fautori di un ritorno alla scuola del passato, forse per l’evocazione di una scuola “più esigente” o per l’accenno ad alcuni tipi di esercizi e di verifiche. Non c’è alcuna nostalgia per il tempo che fu, ma la convinzione che una scuola più rigorosa  è nell’interesse soprattutto dei ragazzi che partono più svantaggiati socialmente e culturalmente. Ed è interesse della scuola pubblica che ci si sforzi di evitare i pregiudizi e l’abitudine di creare su tutto schieramenti contrapposti, valutando quali metodologie possono essere più efficaci, sia recuperandone alcune che sono cadute per vari motivi in disuso, sia utilizzando quanto l’esperienza e l’innovazione rendono disponibile.
Infine si obbietta che le Indicazioni nazionali (i “programmi” di un tempo) già dicono quello che chiede la lettera. Sì e no: c’è infatti il grave limite di presentarsi come un elenco di molteplici, forse troppi obbiettivi, senza che sia chiaro fin dove si può spingere l’autonomia della “comunità professionale” che “è chiamata ad assumere e a contestualizzare” tali indicazioni e senza indicare le priorità imprescindibili. In altre parole, fino a che punto un docente è libero di non tenerne conto nelle sue scelte? Per fare un esempio: è lecito saltare a piè pari il Rinascimento o la geografia dell’Italia? Infine, se ci sono dei traguardi da raggiungere, non si  dovrebbe poi verificare se e in che misura questo è accaduto? 

sabato 4 febbraio 2017

CONTRO IL DECLINO DELL'ITALIANO A SCUOLA - LETTERA APERTA DI 600 DOCENTI UNIVERSITARI

Al Presidente del Consiglio
Alla Ministra dell’Istruzione
Al Parlamento
È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.
A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.
Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti. 
A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:
- una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;
-  l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.
-  Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.
Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro.

Quanto prima pubblicheremo l’elenco completo dei firmatari. Tra i molti nomi noti numerosi Accademici della Crusca (Ugo Vignuzzi, Rosario Coluccia, Annalisa Nesi, Francesco Bruni, Maurizio Dardano, Piero Beltrami, Massimo Fanfani, Maurizio Vitale); i linguisti Edoardo Lombardi Vallauri, Gabriella Alfieri e Stefania Stefanelli; i rettori di quattro Università; i docenti di letteratura italiana Giuseppe Nicoletti e Biancamaria Frabotta; il pedagogista Benedetto Vertecchi e lo storico della pedagogia Alfonso Scotto di Luzio; gli storici Ernesto Galli Della Loggia, Luciano Canfora, Chiara Frugoni, Mario Isnenghi, Fulvio Cammarano, Francesco Barbagallo, Francesco Perfetti, Maurizio Sangalli, Massimo Montanari; i filosofi Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Angelo Campodonico, i sociologi Sergio Belardinelli e Ilvo Diamanti; la scrittrice e insegnante Paola Mastrocola; il matematico Lucio Russo; i costituzionalisti Carlo Fusaro, Paolo Caretti e Fulco Lanchester; gli storici dell’arte Alessandro Zuccari, Barbara Agosti e Donata Levi; i docenti di diritto amministrativo Carlo Marzuoli, di diritto pubblico comparato Ginevra Cerrina Feroni e di diritto romano Giuseppe Valditara; il neuropsichiatra infantile Michele Zappella; l’economista Marcello Messori.

giovedì 19 gennaio 2017

LA CANCELLAZIONE DEL “BUON ESEMPIO” E IL DIBATTITO POLITICO CHE DISEDUCA

“Corriere Fiorentino”, 19 gennaio 2017

Caro direttore,
come ricordato dal Capo dello Stato nel messaggio di fine anno, «l’odio e la violenza verbale, quando vi penetrano, si propagano nella società, intossicandola. Una società divisa, rissosa e in preda al risentimento, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza». Parole pronunciate dal Presidente Mattarella, non a caso all’indomani di una campagna referendaria che sul piano della discussione pubblica ha raggiunto forse il livello più basso della storia repubblicana per faziosità e disinformazione. Tanto che uno psicanalista attento ai fenomeni sociali come Massimo Recalcati ha parlato di un «godimento della distruzione» che sembra essersi impossessato di parte della società civile. Viene da chiedersi quanti italiani siano consapevoli che ogni cittadino adulto ha, ciascuno nel suo ambito, una responsabilità educativa nei confronti dei giovani. Non molti, si direbbe; e le espressioni «dare il buon esempio» o «il cattivo esempio» sembrano da qualche anno sparite di circolazione, quasi costituissero un insopportabile intralcio all’inalienabile diritto di esprimersi dell’individuo. Del resto lo stesso servizio pubblico ha da tempo sdoganato in qualsiasi orario termini prima rigorosamente confinati nei discorsi fra amici e colleghi. Persino alcuni insegnanti concorrono su facebook alla trasformazione di internet «in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi», per citare ancora Mattarella; dimenticando che un loro compito essenziale sarebbe quello di promuovere lo spirito critico, la conoscenza dei problemi, la capacità di argomentare con efficacia, ma anche col necessario rispetto per gli interlocutori. Non c’è dubbio, però, che le maggiori responsabilità della diseducazione al civile confronto delle idee sono di chi gode della maggiore presenza mediatica, tra cui i non pochi politici che falsificano o distorcono le idee altrui e fanno un uso sistematico dell’insinuazione, del processo alle intenzioni, dell’irrisione e dell’insulto nei confronti degli interlocutori. Il tutto nel quadro di un’ipersemplificazione dei problemi politici e sociali, che allontana dal necessario approfondimento; e se ne vede il riflesso anche nelle sconclusionate parole d’ordine degli studenti che occupano le scuole. Un’indiscriminata polemica contro «la casta» è servita come rampa di lancio per l’antipolitica, spingendo i ragazzi a fare di ogni erba un fascio e a condannare senza appello tutti quelli che si dedicano alla cosa pubblica. Ma è quasi certo che così si ottiene un effetto molto diverso dall’auspicato rinnovamento, perché i migliori talenti giovanili si guarderanno bene dall’impegnarsi in politica, in quello che per troppi è oggi un club di profittatori e di inaffidabili. Per uscire da questa situazione, sarebbe utile, anzi doveroso, che i responsabili delle istituzioni pubbliche facessero l’esercizio di agire e parlare come se fossero costantemente osservati dai bambini e dai ragazzi delle scuole, che si sentissero cioè insegnanti di educazione civica in atto. Valutando loro stessi se stanno dando o meno «il buon esempio».
Giorgio Ragazzini

domenica 15 gennaio 2017

UN FURBO, TANTI FURBI

(“Corriere Fiorentino”, 15 gennaio 2017)
Che i diritti dei lavoratori  debbano essere salvaguardati è fuor di dubbio, come è fuor di dubbio che i dipendenti del pubblico impiego abbiano qualche tutela in più rispetto a quelli del privato. Lo dimostra la lettera di una preside di una scuola padovana, pubblicata dal Corriere, sul docente assente dall’ inizio dell’anno scolastico che ha ripreso servizio per un solo giorno alla vigilia delle vacanze di Natale in modo da assicurarsi il pieno stipendio, per poi riprendere subito la strada di casa. Il docente si è avvalso di un diritto che la legge gli riconosce, quello che mi stupisce è che tutto ciò sia diventato un caso nazionale, visto che tali comportamenti rappresentano (ahimé) una prassi consolidata negli anni, di cui si fa grande uso e abuso, in particolare quest'anno. Ma vi sono altri diritti di cui c'è il sospetto che si abusi in modo incontrollato. Uno di questi è legato alla Legge 104. Accade infatti che suoceri, genitori, anziane zie e  nonni  invalidi siano dati in "carico" a parenti che lavorano in località lontane dalla loro residenza e questo malgrado del nucleo facciano parte altre persone che lavorano e vivono vicino al parente invalido. Emblematico quanto mi accadde un paio di anni fa a proposito di un giovane supplente annuale con genitori più o meno della mia età e con altri fratelli maggiori occupati, che tuttavia aveva la responsabilità di  farsi proprio lui carico del nonno. Denunciai il caso e non so come sia andata a finire: il docente a quel punto si ammalò senza riprendere servizio. Altre volte accade  di non poter  verificare se il servizio  dichiarato dal nuovo arrivato sia o meno veritiero. Mi è capitato di  individuare e denunciare dichiarazioni di servizio fasulle e certificate da scuole del tutto inesistenti. E succede perfino che sia impossibile far effettuare, in caso di malattia, le opportune e obbligatorie visite fiscali, con motivazioni degne di una commedia di De Filippo: “Non si trova il numero civico” (dopo quattro visite  non andate a buon fine, ma certamente costate all’erario, mi è toccato inviare a una Asl campana un’immagine da Google maps a riprova che un certo indirizzo esisteva). Intanto a pagare per questi comportamenti sono gli studenti. Ma pagano altresì i tanti docenti, bidelli e impiegati che lavorano con responsabilità e capacità spesso che si sentano mortificati per certe  abitudini che agli occhi di molti italiani appaiono quale  espressione di furbizia anziché di disonesto parassitismo. Vanno quindi eliminate una serie di norme lassiste e poi fatte valere quelle nuove. Cosa per niente facile, se il rispetto delle regole è visto spesso  anche da chi dovrebbe garantirlo come una sorta di limite democratico, anziché l’espressione più alta della democrazia.
Valerio Vagnoli

NEL DECRETO SULLA VALUTAZIONE UNA VITTORIA DEL BUON SENSO

Come molti già sapranno, il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri otto decreti attuativi della legge 107, tra cui quello sulla valutazione, che nelle anticipazioni di ottobre doveva contenere tra l’altro: l’abolizione delle ripetenze nella scuola primaria, un’ulteriore restrizione delle medesime anche nella scuola media (dove già sono molto rare), l’abolizione dei voti nel primo ciclo, da sostituirsi con le lettere dalla A alla E, le commissioni d’esame tutte interne nell’esame conclusivo del secondo ciclo. Di qui una lettera che inviammo al Presidente del Consiglio, e una sollecitazione ai colleghi perché scrivessero sia a Renzi sia al Ministro dell’istruzione. Raccogliemmo anche l’invito rivoltoci dalla responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi a fare proposte migliorative e ne parlammo con lei in un incontro al Senato. Oggi dobbiamo dare atto al governo e alla nuova ministra Fedeli di aver fatto prevalere il buon senso. Almeno nelle anticipazioni dei propositi elencati più sopra resta assai poco. Dei cambiamenti previsti è rimasto uno snellimento degli esami di terza media e di quelli finali delle superiori, nei quali si aumenta anche il peso dell’andamento scolastico negli anni precedenti. Vedremo quale sarà la formula definitiva dopo l’esame del parlamento. Tra l’altro in un’intervista la Ministra è rimasta nel vago sulle commissioni, anche se nel decreto rimangono i commissari esterni. Una cosa è certa: quale che sia la strutturazione degli esami, il loro connotato essenziale deve essere la serietà, che includa anche un intransigente contrasto alla pratica del copiare. Attendiamo i testi integrali dei decreti, tra i quali con particolare interesse (ma anche con qualche scetticismo) quello che riguarda la formazione e l’istruzione professionale. Per il momento dobbiamo accontentarci delle schede pubblicate dal Miur. (GR) 

venerdì 6 gennaio 2017

DOVEROSE INTEGRAZIONI AL DOVEROSO ELOGIO DEL LINGUISTA DE MAURO

È giusto che in queste ore si riconoscano a Tullio De Mauro i suoi grandi meriti di studioso. Ma si devono anche ricordare non poche prese di posizione sbagliate in tema di scuola. La più nota è forse quella che riguardava “la nefasta usanza dei ‘temi’: una cancrena da cui la scuola italiana stenta a liberarsi.” Nella sua rubrica Le parole e i fatti su “Paese Sera” (siamo negli anni ’70), De Mauro si ricollegava a una lunga serie di critici di questa tipologia di testo, elencandone le caratteristiche negative: il privilegiare “lo scrivere lungo rispetto allo scrivere breve”, “lo scrivere rispetto al parlare” e “alla capacità di capire a volo, leggendo e ascoltando”. Ma “quel che soprattutto offende nella turpe e sciagurata pratica viziosa dei temi – concludeva – è che si pretende che il linguaggio giri a vuoto, nel vuoto di cose reali da dire”. L’aspetto da respingere di questa analisi non risiede certo nell’indicare i limiti di questa pratica e tanto meno nel contestarne l'uso esclusivo come verifica delle abilità linguistiche, ma nella violenza verbale con cui viene espressa e nel carattere indiscriminato dell’accusa: possibile, ad esempio, che tutte senza eccezione le migliaia di tracce di temi dettate nelle scuole italiane inducessero all’insincerità e alla vuotaggine? È questo soprattutto che ne fa una presa di posizione fortemente ideologica più che un’utile e costruttiva riflessione. Con la conseguenza che molti insegnanti hanno a lungo fatto esercitare gli allievi sui soli testi “utili” come il verbale e la relazione e che oggi ci ritroviamo esami di Stato basati sull’articolo di giornale e sul “saggio breve”, che presuppongono abilità molto raffinate se si vuole evitare la scopiazzatura dai  documenti allegati o le più trite banalità.
Ma ancora di più pesa il pregiudizio ideologico nel modo in cui De Mauro parla di ortografia negli stessi anni, nei quali caldeggiava il “ribaltamento in senso democratico dell’insegnamento della pedagogia linguistica tradizionale”, che “fin nell’insegnamento ‘innocente’ dell’ortografia […] obbedisce ad un disegno che è un disegno politico, obbedisce cioè al disegno di verificare il grado di conformazione dei ragazzi che passano nelle scuole ai modi linguistici delle classi dominanti”. E ancora: “Cose innocenti come le scempie e le doppie, scrivere o non scrivere provincie con la ‘i’ […] sono portatori [sic] di un virus molto pericoloso. È il virus che uccide spesso irrimediabilmente la capacità di parlare liberamente […] ma spinge a cercare di essere graditi ai rappresentanti delle classi dominanti, essere omogenei in tutto, fin nei punti negli [sic] “i”, a ciò che essi desiderano[1]
Non so se De Mauro abbia poi ripudiato queste affermazioni da libretto rosso maoista. È certo però che ancora nel 2001 usò toni non molto diversi (ed era Ministro della Pubblica Istruzione!) a commento del famoso articolo di Mario Pirani Professori, tornate al sette in condotta. Alla domanda se fosse d’accordo su quella proposta, rispose: "Come no? Ma ad alcune condizioni: il ripristino del primo Gabinetto Mussolini, e se venissero garantiti 20 anni di dittatura, il ritorno alle elementari di quel tempo quando un quarto dei bambini arrivava alla quinta elementare e il 10 per cento dei giovani si iscriveva alle scuole superiori. Se l'Italia tornasse ad essere il Paese in cui il 70 per cento del reddito proveniva dall'agricoltura. Se chiudessero buona parte dei giornali, se venissero sospese le trasmissioni televisive e ripristinata l'Eiar e tutti andassimo a piazza Venezia. Il sette in condotta faceva corpo con questa visione dello Stato. Faceva corpo con le punizioni fisiche" (“La Repubblica”, 25 gennaio 2001). Superfluo commentare.
Di recente, infine, ha dato corda alla demonizzazione della “lezione frontale” (un genere che lui stesso ha praticato estesamente davanti alle più varie platee), in occasione del suo dichiarato sostegno alla metodologia dell’ “insegnamento capovolto”, in cui prima gli allievi leggono in rete i materiali didattici indicati dal docente, per poi discuterne in classe sotto la guida del docente-tutor. «Il nuovo metodo – dice De Mauro – consente di abbattere i totem dell’istruzione, dei veri feticci: il prof in cattedra per la lezione frontale, a raccontare cose che lui o altri hanno scritto in un libro con più esattezza; la verifica orale, in cui uno o due rispondono alle domande e gli altri fanno quello che vogliono; e il manuale, una statua sacra». Invece la classe rovesciata è «uno strumento nuovo e potente per facilitare l’interazione e l’insegnamento personalizzato, evitando grandi perdite di tempo», sostiene De Mauro (“Corriere della Sera”, 13 febbraio 2015).
Sui metodi è opportuno in conclusione invitare ancora una volta a adottare, laicamente, l’atteggiamento più rispettoso e produttivo: quello per cui non devono esistere nella didattica né totem, né tabù, in altre parole né metodi a cui si attribuiscono poteri salvifici, né metodi interdetti come causa di ogni male. Ciascun insegnante ha il dovere di aggiornarsi sui vari approcci possibili, ma anche il diritto di scegliere quelli che più ritiene via via utili, alternandoli a seconda dei momenti, del tipo di allievi e dei suggerimenti forniti dall’esperienza. E dovrebbe essere ovvio, per l’esperienza che tutti abbiamo avuto ascoltando i più diversi oratori, che la lezione definita “frontale” quasi a evocare uno scontro può essere noiosa o interessantissima, inutile o illuminante a seconda della preparazione e delle capacità comunicative di chi parla.
Giorgio Ragazzini

[1] (Relazione introduttiva a Ricerche e proposte per la società e la scuola, di Autori vari, De Donato, 1977, citata in Galli Della Loggia, Credere, tradire, vivere, 2016, Il Mulino).

giovedì 5 gennaio 2017

QUEL MIRINO ILLIBERALE

Non sarebbe proprio ammissibile che con la fine delle vacanze il grave attentato alla libreria "Il Bargello" passasse nel dimenticatoio. Non solo perché un poliziotto rimarrà per tutta la vita menomato per aver tutelato, alla fine della sua nottata di lavoro, la nostra sicurezza, ma anche perché l’attentato era indirizzato a una libreria. Ci sono dei luoghi, ed è penoso doverlo ricordare in un Paese nato dalla Resistenza, verso i quali la violenza appare particolarmente ripugnante; e tra questi vi sono senza dubbio le librerie. Quando si colpisce uno di questi luoghi ci troviamo sicuramente di fronte a ideologie di stampo totalitario, qualunque sia la sigla o il gruppo che rivendica l’atto terroristico.
 Fino a oggi ignoravo l’esistenza della libreria Il Bargello e immagino che la scelta del nome, più che richiamarsi al Palazzo omonimo di via Ghibellina, si ricolleghi invece alla rivista che con quel nome si pubblicò per oltre vent’anni a Firenze e che chiuse le pubblicazioni nel 1943. Al Bargello collaborarono intellettuali fascisti, ma anche personalità come Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti, Maccari, Pratolini, Rosai e Bargellini, spesso non allineati col regime e non a caso dopo il ‘43 destinati a rappresentare con convinzione istanze di chiaro antifascismo. E questo a conferma che gli uomini, compresi gli intellettuali, non sempre sono riconducibili a schemi rigidi e definitivi; schemi che invece sono rigidamente acritici in chi crede fanaticamente di incarnare certezze e valori unici e «superiori», sentendosi così legittimato a colpire chi la pensa diversamente.
Una libreria, qualunque sia l’orientamento culturale e politico che essa rappresenta, è comunque un luogo in cui si ritiene di rendere pubblico quel pensiero, come la Costituzione garantisce a chiunque di poter fare. Farla saltare in aria, mettendo anche a rischio la vita di altre persone, non è solo un atto di vigliaccheria, ma un atto ideologicamente ben definito e in ogni caso davvero «fascista». Peraltro di un fascismo assai diverso e verrebbe da dire molto peggiore di quello, per esempio, cantato da Ezra Pound (altro nome a cui è legato il movimento vicino alla libreria colpita) che fino alla fine rivendicò, anche attraverso testi poetici di rara bellezza, le sue scelte, ahimè, disperatamente fasciste. Quanto accaduto nella notte del primo gennaio in via Leonardo da Vinci viene quindi da definirlo proprio un fatto di “cronaca nera”, su cui sarebbe auspicabile non passare oltre senza riflettere. Innanzitutto nelle scuole, ricordando ai ragazzi che quanto affermava Voltaire (“Non condivido nulla di quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire”) rappresenta uno dei più nobili principi ispiratori della nostra Costituzione e che per affermare questo diritto sono morte milioni di persone combattendo contro dittature di ogni colore. 
Valerio Vagnoli
("Corriere fiorentino", 5 gennaio 2017)